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Stop alle caldaie gas dal 2029 in Ue? Cosa significa, quali sono le soluzioni e perché l’Italia è contraria

Lo stop alla produzione di caldaie a gas dal 2029 previsto nella bozza di revisione del regolamento Ecodesign ed esaminata giovedì nel Consultation Forum della Commissione europea, sta creando malcontenti trasversali: tra i vari Stati Ue, all’interno dell’industria, tra i consumatori. Ora ci sono otto settimane per la consultazione e per proporre modifiche, alla fine delle quali è previsto il voto del Parlamento e del Consiglio, che non potranno modificare il testo ma solo approvarlo o respingerlo. Ma vediamo la situazione ad oggi.

Spaccatura tra i consumatori: per alcune famiglie grandi risparmi per altre un salasso – Chi ha già una caldaia a gas in casa non dovrà per forza sostituirla. Il divieto (imposto in maniera implicita attraverso la definizione di un limite minimo di rendimento stagionale, 115%, irraggiungibile con una caldaia a gas) vale solo per la commercializzazione e le nuove istallazioni. Tuttavia, se si vuole o si è obbligati a cambiarla, magari perché si rompe, si può optare per la pompa di calore, la caldaia a biomassa, elettrica, ionica, geotermica. Ad oggi la soluzione più efficiente ed economica è la pompa di calore, che scalda sia l’ambiente sia l’acqua non usando il gas ma elettricità. Le pompe di calore portano importanti benefici ambientali, sociali ed economici (secondo le stime di Enea circa a 402,56 euro all’anno a famiglia, calcolato sul costo del gas nel 2022). Fin qui quindi sembrerebbe la soluzione ottimale. Tuttavia, in molti casi non lo è affatto. Le pompe di calore hanno un elevato rendimento energetico ma per essere al massimo dell’efficienza deve essere collocata in un determinato contesto abitativo. Ha bisogno di un ambiente ben isolato e ben coibentato, quindi di case nuove o ristrutturate dove sono stati predisposti magari impianti di riscaldamento a pavimento e infissi nuovi. Di contro in una casa non ristrutturata, quindi non ben isolata e ad esempio con i termosifoni invece che con un impianto a pavimento, la resa scende molto. “Una pompa di calore in una casa vecchia non solo potrebbe essere non economica ma potrebbe far fatica a riscaldare in inverno pieno”, commenta Stefano Casiraghi, Esperto energia Altroconsumo, a ilfattoquotidiano.it.

Inoltre, l’istallazione della pompa calore può presentare problemi tecnici. Ad esempio, una parte va istallata fuori, in giardino o in balcone, una parte all’interno della casa. Da considerare poi che una pompa di calore per il riscaldamento sia dell’ambiente sia dell’acqua è molto ingombrante (su per giù è un barilotto grande quanto il frigo) e deve essere collocata vicino all’impianto e ai tubi. Per chi non ha uno spazio esterno o una casa sufficientemente grande, diventa un problema. “Per questo chiediamo deroghe per i casi in cui si attesta con delle certificazioni che per motivi tecnici non è possibile collocare una pompa di calore”, commenta, Fabrizio Ghidini, responsabile del Dipartimento Energia Federconsumatori, a ilfattoquotidiano.it, evidenziando che “sull’idea generale sulla transizione energetica verso l’elettrificazione dei consumi, siamo assolutamente d’accordo. Ma deve essere fattibile e sopportabile per le famiglie”. Infine, c’è un problema di inquinamento acustico: le pompe di calore producono rumore, quindi possono portare a conteziosi nel condominio o nelle case plurifamiliari e bisogna tenerle lontano dalle camere da letto.

Andando a quanto costa sostituire una caldaia per uso domestico tradizionale (ad esempio da 24 kWt ) con un equivalente sistema ad alta efficienza come una pompa di calore, “il prezzo al momento vede un netto svantaggio con circa il doppio del prezzo tra caldaia e pompa di calore, oltre ai costi aggiuntivi di modifica degli impianti termici che andrebbero adeguati al nuovo sistema tecnologico”, spiega Luigi Gabriele presidente di Consumerismo. Più nello specifico, secondo i conti di Altroconsumo, con il costo dei materiali che è salito e l’inflazione, si va dai 7000 euro in su per il prodotto e la manodopera. Costo che sale a seconda dei lavori collaterali da fare.

Il punto però è che una volta sostituita la caldaia con la pompa di calore il risparmio in bolletta varia moltissimo: come detto prima, dipende da una serie di fattori, dal tipo di casa e dal livello di regolamento termico. “Se oltre alla sostituzione della caldaia si ha la possibilità di installare anche un impianto da fonte rinnovabile come il solare o l’eolico domestico, sostanzialmente i costi verranno ammortizzati entro 5/7 anni a seconda dei consumi o della dimensione dell’immobile”, spiega Luigi Gabriele che aggiunge: “Da quel momento in poi fino a ciclo vita dell’impianto o fino al suo ammodernamento (circa 20/25 anni) il costo per riscaldarsi, raffrescarsi e produrre acqua calda sanitaria, verrebbe abbattuto fino al 70%, in alcuni casi si può raggiungere anche il 100% se l’immobile è a emissioni zero”. Dunque, in questi casi “investire adesso in queste tecnologie è il miglior investimento in termini di redditività finanziaria che una famiglia potrebbe mettere scegliere di fare per collocare i propri risparmi”. Tuttavia – spiega Casiraghi – “in molte altre situazioni, dove non ci sono sufficienti spazi e la casa è mal coibentata, non si recupera affatto e si rischia di rimanere al freddo di inverno”.

La spaccatura nell’Unione europea, “servono ingenti risorse per i meno abbienti” – Alcuni Stati come Danimarca e Belgio si sono espressi a favore allo stop. Altri Stati, in primis l’Italia, sono invece contrari. Come spiega Ghidini, la situazione italiana non è paragonabile ad altri paesi europei che hanno spinto per l’approvazione di questo regolamento. Per l’Italia si tratta di un passaggio che richiede un elevato livello di efficienza di sistema da parte dello Stato, dei Comuni, delle Regioni, dei privati e “abbiamo visto in più occasioni, come con i fondi del PNRR, che questa efficienza non c’è”. Sono inoltre necessarie ingenti risorse pubbliche per incentivare il settore: tra lo stop alle caldaie, la direttiva case green e la direttiva auto sullo stop dal 2035 ai motori endotermici, quale consumatore riesce a fare fronte a tutti questi costi? Fino al 2024 con l’ecobonus si prevede una detrazione in 10 anni del 65% per sostituire la caldaia a gas, ma è evidente che non basta. “Qui di apre il problema degli aiuti per accompagnare il consumatore a fare fronte a tutto ciò. Parliamo di decine di miliardi di euro di risorse. Il sistema incentivi va ripensato totalmente, pensiamo solo al 110%. I benefici sono spesso andati ad interventi su immobili di valore e a cittadini abbienti. Va invertita la logica, partendo dall’incentivare le situazioni economiche più problematiche”, dice Ghidini. Altri Paesi – continua Ghidini – stanno avanti anche sull’efficienza energetica: “In Germania ci sono 1000 Comunità Energetiche, in Italia solo 30. E le CE hanno un ruolo fondamentale quando si tratta di mettere fine alle caldaie a gas perché le pompe di calore hanno un senso maggiore se alimentate con energie rinnovabili”.

Imprese preoccupate per la competitività dell’industria e la stabilità del sistema energetico – Sullo stop alla produzione di caldaie a gas dal 2029, sono scese in campo anche le associazioni gas, termico e costruzioni edili – Proxigas, Assogasliquidi, Assotermica, Federcostruzioni, Ance e Applia Italia – che temono “ricadute sulla competitività dell’industria, sulla sostenibilità economica e sociale per le famiglie, sulla stabilità e sulla resilienza del sistema energetico”. Le sei associazioni condividono “gli obiettivi di riduzione delle emissioni e l’importanza di un impegno comune a livello europeo per realizzare i target ambientali”, ma esprimono “forti perplessità rispetto all’approccio adottato nel declinarli a livello legislativo, basato su divieti che non tengono conto delle prospettive di sviluppo delle tecnologie e dei vettori energetici e, soprattutto, non considerano le specificità dei singoli Stati membri”.