Cultura

Nato sul confine, pensieri e voce di un bambino siriano nell’ultimo libro del giornalista d’inchiesta Fabrizio Gatti

Chissà se dopo aver letto Nato sul confine di Fabrizio Gatti (Rizzoli) torneremo anche solo per qualche istante più umani. Certo, il celebre reporter d’inchiesta che sotto falsa copertura ha vissuto sulla propria pelle le rotte dell’immigrazione clandestina, ha un punto di vista stranamente mimetico con la sofferenza fisica e psicologica altrui tanto da mescolarsi “professionalmente” nel passato sia sui barconi della speranza come migrante (finendo nel centro di accoglienza di Lampedusa), sia tra i trafficanti di esseri umani al di là del Mediterraneo, e pure tra i braccianti sottopagati del Sud Italia.

In Nato sul confine Gatti rimescola di nuovo le carte percettive di una dimensione dell’esistenza che sembra sempre roba d’altri e opta per un io narrante da anima, pensiero e voce di bimbo che sta per nascere dal pancione di una profuga siriana. Osservandone lo scheletro dall’alto, il libro di Gatti è costruito sui tempi di un tragico thriller catastrofico pur riproponendo in chiave romanzata ciò che accadde realmente durante il naufragio di un barcone pieno di siriani, tra cui tantissimi bambini, dell’11 ottobre 2013. Nato sul confine si appoggia ad un’epigrafe dall’Eneide di Virgilio (“Ci negano il rifugio della spiaggia, ci fanno la guerra, vietano di fermarci sul lido”) e subito s’incunea nella penultima parte – a livello cronologico – delle vicende di padre, madre e futuro nascituro siriano. Sono gli attimi in cui la mamma del bimbo che narra la storia viene fatta sedere davanti su un furgoncino che porta una manciata fitta di profughi a ridosso della spiaggia libica dove verranno imbarcati clandestinamente per l’Italia. C’è il puzzo e il caldo della fuga ammassati, la fatica e il dolore dell’essere incinta quasi al nono mese, c’è la mano calda e protettiva di una ragazza ostetrica anche lei in fuga che regala alla donna incinta latte in polvere e biscotti. Tempo di una parentesi sabbiosa e desertica e con un rapido riavvolgimento del nastro temporale arriviamo ad Homs, in Siria, dove padre e madre del futuro nascituro vivevano. Lui è medico ospedaliero e lei quasi farmacista, ma di lì a poco, siamo nel marzo del 2011, scoppia la guerra. I protagonisti, classe media ma non di certo agiata, finiscono nel tritacarne di una rivolta anti governativa che poi darà il la pure alla repressione dei curdi e all’arrembaggio dell’Isis.

Di fronte ai bombardamenti e alla casa distrutta, scappano verso Aleppo, a Nord, per riparare da colleghi medici. Dopo aver incontrato sulla strada ogni tipo di soggetto in guerra con perquisizioni violente e minacce, l’arrivo ad Aleppo della coppia è ulteriormente sconcertante. Anzi, al dottore i servizi segreti governativi gli fanno capire con la tortura e la detenzione che la moglie incinta non è gradita. La donna raggiungerà così altri famiglie di medici in fuga per l’Europa seguendo il tragitto Turchia, Egitto, Libia, poi barcone per l’Italia e forse Germania e Svezia. Ma il problema insormontabile sta proprio nelle acque del Mediterraneo. Dove la donna oramai a un passo dalle contrazioni dovrà fare i conti sia con i trafficanti che con le milizie libiche. Infine questa storia si sovrappone proprio con la traversata maledetta del 13 ottobre 2013 quando il barcone speronato dalla motovedetta libica cominciò ad affondare e le autorità navali italiane e maltesi si rimpallarono l’obbligo di intervento in mare per salvare i profughi. Gatti non dimentica di strofinare la lampada delle suggestioni inserendo qua e là lampi di poetico realismo (le tartarughe, il completino per il neonato), pur mantenendo dritta la barra del j’accuse etico sulla criminale inattività delle forze navali italiane e maltesi (“quattro ore e mezza per un ordine di 36 secondi”). Ma Nato sul confine è, involontariamente o meno, anche un ottimo compendio per inesperti sul caos militare e guerresco siriano, dove “l’inimmaginabile diventa realtà” e l’idea di uno spazio libero dove rinascere, l’Italia, è quello che più somiglia a ciò che i profughi siriani erano riusciti ad ottenere nella loro terra.