Società

Di ‘invasioni’ pacifiche e reali: perché il rischio di sostituzione etnica paventato da Lollobrigida non esiste

Il caso “Lollobrigida” (con la coda satirica della vignetta del Natangelo) sta occupando le prime pagine di tutti i giornali e telegiornali, ma in entrambi gli schieramenti noto già a prima vista forzature dettate più dalle rivalità politiche “nostrane” che da conoscenze profonde. Il pericolo della “sostituzione etnica” in Italia non esiste proprio, perché se si dà l’esatto significato alle parole non c’è proprio nessuno che sta tentando di sostituire il popolo italiano coi popoli provenienti dall’Africa (o altrove). Esiste a mio parere per ora solo un pericolo – in tempi non brevissimi – di un cambio di maggioranza sulla etnicità della popolazione residente ma non una “sostituzione” (o peggio: eliminazione), come voleva fare Hitler, con il suo suprematismo dettato nel “Mein Kampf”, che era disgraziatamente molto ben avviato a realizzare per davvero.

Io credo quindi che sia una cosa molto “moderna” questa della “sostituzione” etnica, poiché di fatto può avvenire solo per piccole regioni (ci sta provando attualmente anche Putin con alcuni suoi vicini di casa, Ucraina inclusa, invertendo l’ordine degli adempimenti: prima li decima con le armi, poi fa un “referendum” (a modo suo) per chiedere da che parte vogliono stare i superstiti). Ci sono stati alcuni casi a fine secolo scorso, anche più vicini a noi, nella ex Jugoslavia, che però erano regioni di scarsa rilevanza geopolitica, molto diversi quindi da quello che potrebbe essere il caso di un paese democratico come l’Italia, invaso (pacificamente) nel breve tempo di una singola generazione da popoli con usi, costumi (e religione) molto diversi dai nostri, radicati da secoli di civiltà diversa.

Lasciamo perdere perciò i “paroloni” ad effetto e pensiamo invece ad una ricorrenza molto importante per tutti gli italiani ma anche per tutti quelli che vorrebbero diventarlo in tempi brevi: al 25 aprile mancano pochi giorni e, per chi volesse leggere una testimonianza diretta di cosa significa, invito alla lettura di questo breve contributo da me stesso scritto in due parti (21 e 23 aprile) nel 2015: “Festa della Liberazione: per non dimenticare quel mese di aprile” [qui, qui e qui]. Ecco, la festa della Liberazione è proprio un punto storico utile per ragionare anche sulle invasioni “pacifiche” che ci preoccupano oggi, insieme a quelle vere, come quella attualissima di Putin, vera specialità di quasi tutti i dittatori.

La “sostituzione etnica” (quasi pacifica) più grande e più vicina ai nostri tempi credo sia stata quella tra India e Pakistan che ha diviso in due l’India, sotto la benedizione del Mahatma Gandhi, che però ha pagato con la vita il suo tentativo di mettere d’accordo le due diverse fedi religiose, che infatti vivono ancora oggi forti tensioni tra i due popoli.

In Texas, che conosce da almeno mezzo secolo periodi di crescita, continua con l’immigrazione dal sud, ma con forme di “rigetto” preoccupanti da parte di chi era arrivato prima, cosa che avviene un po’ dappertutto nelle aree meridionali degli Stati Uniti: nell’immenso Texas, in Louisiana, in Florida e California, le persone di lingua “latina” sono già maggioranza in molte aree dove spesso sono essi stessi a legiferare – come è giusto che sia nelle democrazie – e dove, tutto sommato, le differenze etniche, religiose e culturali sono di poco peso. Nascono però spesso tensioni con i vecchi residenti “anglofoni” a decidere di andarsene per ritrovare le proprie usanze e consuetudini culturali (benché sul piano religioso l’unica differenza sostanziale sia solo quella tra “cristiani protestanti” e “cristiani cattolici”, infinitamente minore quindi rispetto a quelle con le religioni provenienti dall’Africa).

Ecco perché, pur ammirando papa Francesco, non credo che sia facile aderire ai suoi inviti quotidiani alla pace e all’accoglienza. E’ giusto che lui e tutti i sacerdoti cristiani dicano e facciano così loro hanno dedicato la loro vita, con un giuramento, a questa testimonianza, ma la popolazione in generale non ha ancora raggiunto questo livello di civiltà e di amore universale; nell’attesa bisogna non pretendere troppo dalla gente comune. Dice un vecchio proverbio: “Chi troppo vuole, nulla stringe”. Essere legati alla nostra cultura e alle nostre tradizioni, usi e costumi non è razzismo. Anche i migranti hanno le loro abitudini e non vogliono rinunciarci, perciò pensare che sia davvero possibile integrarli tutti è una pia illusione.

E’ raro trovare rispetto e accoglienza persino nei più semplici condomini delle nostre città, figuriamoci se è facile riuscirci in chi proviene da abitudini e culture completamente diverse. Bisogna aiutare nel limite del possibile i migranti, ma anche i molti poveri e disoccupati di casa nostra per i quali la povertà è molto più dura che per i migranti, perché l’ascensore sociale che sale lo vogliono prendere tutti, quello che scende invece non lo vuole nessuno!