Diritti

La notizia del bimbo lasciato alla Mangiagalli non doveva essere diffusa: ecco perché

Perché un fatto profondamente privato e che doveva restare appunto privato, è stato divulgato alla stampa, senza un minimo di rispetto della privacy della mamma e del bambino? Mi riferisco a quanto è successo, ed ormai noto ai più, alla Mangiagalli di Milano, dove nella giornata di domenica un bimbo è stato lasciato nella culla per la vita, una versione moderna della ruota degli esposti, di lontana memoria, dalla madre che lo ha partorito circa una settimana fa.

La notizia non avrebbe dovuto essere resa pubblica e credo che i medici e il direttore sanitario dell’ospedale avrebbero dovuto mettere in atto tutti gli opportuni accorgimenti perché la notizia non diventasse di pubblico dominio, fornendo particolari come il nome del piccolo e la lettera che la mamma ha lasciato nella culla.

Non ci sono scusanti, il codice di deontologia medica è chiaro e all’art 10 recita: “Il medico deve mantenere il segreto su tutto ciò di cui è a conoscenza in ragione della propria attività professionale…”. Non c’era nessuna necessità perché si desse in pasto alla stampa non solo la notizia, ma anche dati personali come il nome del bambino, che potrebbero un domani renderlo riconoscibile.

Cosa c’è dietro la comunicazione di questa notizia che era chiaro che, una volta diffusa, avrebbe contribuito a sollevare curiosità e morbosità a cui i media non si sarebbero certo sottratti? Solo la voglia di apparire di qualche medico o dirigente sanitario? Non credo, mi pare invece che questa vicenda si inserisca nel clima di grande restaurazione sull’autodeterminazione della donna in tema di maternità.

Non solo la pubblicità della notizia, ma i continui e ripetuti appelli alla madre perché ci ripensi e perché si faccia aiutare ed assistere sono inaccettabili ingerenze nella scelta, seppur dolorosa e triste, di una donna. Lo stigma e la sottile colpevolizzazione di ogni scelta che una donna fa, sia che abortisca, sia che acceda al parto in anonimato (scelta che ricordiamo è possibile con una procedura che consente di tutelare sia la madre che il neonato), sia che lasci il bambino o la bambina in una culla della vita, è evidente dai tanti commenti seguiti a questa vicenda.

Invece l’unico commento che si dovrebbe fare è che la società e la politica che a parole dice di credere nella maternità, di sostenerla e di augurarsi un’inversione di tendenza della natalità nel nostro Paese, nulla fa per aiutare la genitorialità: creare un welfare che funzioni e che concretamente aiuti le famiglie, offrire lavori stabili, non precari e dignitosi specialmente per le donne. E’ chiaro che la decisione di mettere al mondo dei figli è legata fortemente alle politiche di sostegno che vengono assunte nel Paese e che devono essere praticate con continuità così come succede nei Paesi che hanno un alto tasso di natalità e che, soprattutto, devono essere maggiormente indirizzate a chi ha redditi ben sotto la soglia per poter vivere una vita dignitosa.

Le ultime misure a sostegno della natalità varate da questo governo sono invece tutte indirizzate verso chi ha un lavoro dipendente e un reddito calcolato su criteri discutibili, diversi dall’Isee, o misure di detrazione fiscale che escludono dai benefici chi ha redditi inferiori alla soglia. Per non parlare poi di altre misure: bonus, fondi per la vita, incentivi non strutturali, spesso a livello regionale, spacciati per sostegno alla genitorialità, ma che sono limitati ai primi anni di vita dei figli e soprattutto sono “specchietti per le allodole” più per accontentare le associazioni antiabortiste che per dare un vero sostegno alle famiglie.

Questo caso ha acceso i riflettori su questa madre e il suo bambino, generando pietà, partecipazione e commozione in tanti e tante, ma non è l’unico caso in cui una donna è costretta a fare una scelta “obbligata”, sono tante le donne che oggi non riescono a decidere liberamente se e quando diventare madri, o che vivono questa condizione in povertà, in solitudine, che non sono supportate dalle istituzioni che dovrebbero rimuovere realmente tutti gli ostacoli che non consentono di vivere pienamente e con gioia la maternità.

Forse l’unica utilità che può avere la diffusione di questa triste storia è quella di farci riflettere su quanto, oltre alla retorica, stia a cuore la maternità a chi ci governa.