Musica

Certe volte essere troppo bravi (con la musica) può diventare un “problema”: lo spiega bene il nuovo disco dei Gorillaz

Un bel disco-campionario col solito Albarn iper produttivo, dal gusto grandioso e dall'insaziabile senso per la melodia. In breve, Cracker Island non stravolge ma aggiunge molto a chi vuole ascoltare ottima musica per una quarantina di minuti, tutta di fila e nello stesso disco. Qua sta la chiave. E anche l'inghippo (si fa per dire)

È uscito Cracker Island, il nuovo album dei Gorillaz. Prima cosa, com’è? Bello. Ma occhio, non c’è da rimanere basiti, occhi al cielo come quando uscì Clint Eastwood, con Damon Albarn post Blur ripartito da un progetto così centrato da essere anticipatario anche rispetto a un certa commistione tra hit pop e rap che si è poi affermata, forse oggi quasi consumata.

Cracker Island è un disco che non stravolge la discografia dei Gorillaz e che non stravolge chi lo sente per la prima volta. Parrebbe non bene, a metterla giù così. E invece benissimo. Perché è un bel disco-campionario maturo, col solito Albarn iper produttivo, dal gusto grandioso e dall’insaziabile senso per la melodia. In breve, Cracker Island non stravolge ma aggiunge molto a chi vuole ascoltare ottima musica per una quarantina di minuti, tutta di fila e nello stesso disco. Qua sta la chiave. E anche l’inghippo. Essere troppo bravi, alle volte, può diventare un un “problema”, si fa per dire (ehi, mi rivolgo a te che leggi e magari stai pensando “capita anche a me” ecco, no, non ti capita. Capita a un manipolo di eletti nella storia e ti assicuro, tu non ci sei. A meno che tu non sia proprio lo stesso Albarn e quindi ti dico, sposami, accetto la bigamia).

Quanto ti ritrovi un album con tutte le tracce a fuoco, pezzi belli, prodotti come Cristo comanda, hit di gusto, rischi di perdere un po’ il peso specifico dei pezzi stessi. Damon è uno che negli ultimi anni ha sfornato decine di cose, raramente brutte. No, in Cracker Island non c’è la botta del primo ascolto di quei brani o di quei dischi che ti cambiano la vita. Ma ci sono dieci pezzi che rischiano di essere poco valorizzati, anche per le modalità d’ascolto d’oggigiorno. E invece è roba che se li prendi e li distrubuisci (uno a testa, giù le manacce) a dieci artisti presi a caso gli risolvi una stagione. Anche perché, ridiciamolo, il mercato discografico ragiona per singoli ma non è questa l’ora né il contesto per fare dell’ovvio passatismo.

Con Cracker Island, Damon Albarn è andato in studio e s’è divertito, ha pubblicato un album che è quello che ti aspetti dai Gorillaz oggi. Mica poco, non deludere le aspettative a anzi, stamparti un sorriso che dura quaranta minuti. C’è l’Albarn lunare con Beck, quello squisitamente pop con i Tame Impala, e c’è pure la variabile reggaeton con quel re dello streaming che è Bud Bunny. Featuring scelti da chi sa scegliere, e valorizzati al meglio.

I Gorillaz ti mettono sul divano e ti danno quello che vuoi (in certi momenti devi alzarti per muoverti). Una volta ho scritto che superata una certa soglia di pezzi riusciti, quasi tutti i cantautori o le band checchessia “non ne hanno più” e dovrebbero smetterla di ammorbare il pubblico con canzoni fatte solo per trainare il tour, canzoni largamente inferiori alla loro precedente opera: remi in barca e via di tour col best of, senza farla tanto lunga. Quasi tutti i cantautori, ma non Damon Albarn. Ben tornati Gorillaz (Jamie Hewlett e Albarn).