Politica

Regionali, dalle urne una certezza: il blocco che vota a destra da 25 anni. Ora il Pd scelga una via

Calato il vento del populismo e dell’antipolitica, e sostituito dall’indignazione popolare del non voto, come ha detto il politologo Marco Revelli al Fatto (“anche il populismo è stanco”), il deserto elettorale di queste Regionali restituisce una sola granitica certezza, ormai più che strutturata nel sistema repubblicano, e che consolida il governo di Giorgia Meloni: il blocco sociale che vota per la destra unita da quasi un quarto di secolo. Un blocco che ha metabolizzato di tutto: il crepuscolo della leadership carismatica di Silvio Berlusconi; la parabola breve al comando del Capitano leghista Matteo Salvini; le fuoriuscite, sovente scissioniste, di Casini e Follini, Fini, Alfano, Verdini e in tempi recenti delle ex ministre Carfagna e Gelmini.

Quel blocco è sempre lì, senza dubbio non è maggioranza nel Paese come invece sostengono vari commentatori di destra, ma costituisce appunto una certezza. Confermata ed esaltata dal voto in Lombardia, dove vince senza interruzioni dal lontano 1995. Un dato incredibile, nonostante il malaffare sanitario della lunga presidenza di Roberto Formigoni e la tragica gestione della pandemia di Attilio Fontana. Nulla da fare. Il governatore uscente ha preso quasi il 55 per cento e la Lega è tornata competitiva: il 16,53 per cento sommato al 6,16 della lista Fontana si avvicina di parecchio al 25,18 dei Fratelli d’Italia. Che sia centrodestra o destracentro, la capacità di presentarsi uniti alle elezioni è il vero valore aggiunto della coalizione oggi guidata dal premier donna con il supporto leghista e del sempiterno Caimano, al quale nessuno riesce a scalfire il suo zoccolo duro compreso tra il 7 e l’8 per cento. Per passare dal dato strutturale a quello contingente: è evidente che i risultati elettorali in Lazio e Lombardia ripetono la foto delle Politiche autunnali e prolungano la luna di miele di Meloni con il Paese.

E non ingannino le profonde divisioni e le spietate rivalità delle tre destre della maggioranza. Il loro modus vivendi è questo e non cadranno ché Berlusconi è tuttora vicino a Putin e alla Russia. Pazienza, poi, se Lega e Forza Italia non sono state umiliate dalle urne di queste Regionali, come avrebbe desiderato una parte del cerchio magico meloniano. Anzi, il ritrovato sorriso di Salvini e la tenuta azzurra garantiscono almeno un altro anno e mezzo di navigazione a questo esecutivo. Fino alla scadenza elettorale delle Europee del 2024, laddove il proporzionale farà tirare una riga ai tre alleati. Vedremo come.

A fronte di questa destra “storica” e unita di governo, le opposizioni di Pd e M5S (Calenda e Renzi sono un’altra cosa, una sorta di blob indistinto uscito dimezzato da questo turno elettorale) sono attese da una traversata nel deserto che rischia di essere infinita. Non ha senso fare conti e somme dove si sono presentati uniti (Lombardia) o divisi (Lazio). Così come è pura fuffa la rivendicazione lettiana di aver sconfitto l’Opa sia pentastellata sia azionista in queste Regionali. Che il Pd sopravviva non è una notizia, è pur sempre il maggior partito del centrosinistra. Il punto è un altro: i dem non riescono a liberarsi dalla gabbia del 18/20 per cento in cui le urne li hanno rinchiusi dopo la nefasta era del renzismo, che ha gettato il partito in un paraberlusconismo di fatto, in base al quale abolire l’articolo 18 è riformismo e fare il Reddito di cittadinanza è bieco populismo.

Da Zingaretti a Letta, i dem hanno prolungato l’agonia di una storia finita nel 2013 con la non vittoria di Bersani. Da quel momento in poi, complice il sostegno a Monti e a Draghi, il Pd si è consegnato alla gestione del potere e al congelamento di una classe dirigente mediocre e poltronista. Ed è qui che s’innesta la questione dell’identità, anche se è difficile capire di che colore sarà il Pd di Bonaccini o di Schlein. Che si cambi oppure no il nome, il Pd dovrà essere chiaro su tre punti: uomini, programmi e alleanze. Il tatticismo non paga più e in questo paesaggio politico l’unico alleato serio e credibile è il M5S progressista di Giuseppe Conte, nonostante il deludente risultato in Lombardia e Lazio.

Ritornare al passato vagheggiando formule unioniste o uliviste per inseguire il centro cialtrone di calendian-renziano e tenere tutto insieme sarebbe suicida. E visto che il deserto è lungo, è proprio questa allora la fase delle scelte, una volta completato il percorso congressuale con le primarie del 26 febbraio. Al contrario, se l’orizzonte di 5S e Pd continuerà a essere diviso perché alle Europee del 2024 si voterà con il proporzionale, si perderà un altro anno. Alla faccia di gran parte di quel 60 per cento che non è andato a votare e che rischia di aspettare (a vita) un Godot di centrosinistra.