Società

Roma sempre più rassegnata, come le sue periferie. Il caso del mio quartiere

di Giulio Di Donato

C’è una distanza abissale tra come la città di Roma viene oggi raccontata dalla stampa mainstream e la realtà concreta che appare di fronte a chiunque intraprenda un viaggio tra le strade perigliose che dal centro giungono alla periferia romana. A parte qualche fugace apparizione di cinghiali e il tragico notiziario degli incidenti stradali, non siamo più al tempo – ci suggeriscono i grandi giornali – dell’apocalisse in pieno dispiegamento provocata dal malgoverno della sindaca Raggi: tutto volge al meglio, come dimostra l’ebbrezza ridanciana da spot pubblicitario impressa nel volto dell’ineffabile sindaco Gualtieri, tra nastri tagliati, grandi eventi patinati e la promessa di denari in arrivo grazie al Giubileo (d’altronde per l’uomo della fedeltà cieca ai sacri vincoli di bilancio le uniche risorse disponibili sono quelle che piovono dal cielo).

Non fanno dunque più notizia gli intrecci perversi tra la criminalità organizzata e la burocrazia comunale, la voracità dei palazzinari, le mille manchevolezze dei servizi pubblici locali. Tutto tace. Alla fine è proprio Roma che non fa notizia: una volta rimossi i problemi, cosa resta del racconto di una città se non la cronaca della vita minima o l’inerzia di iniziative, anche importanti, che però si ripetono per logiche loro proprie?

Roberto Gualtieri, si potrebbe dire, è il sindaco per eccellenza delle ztl con il dono dell’impalpabilità e di una stampa amica e compiacente. Mentre lui sogghigna beffardo, la Capitale affonda in uno stato di abbandono, caos e decadenza che sembra non aver fine: povera Roma, “stupenda e misera città”, ridotta a un cumulo di macerie senza futuro.

Le responsabilità, certo, sono diffuse e i problemi vengono da lontano, ma l’immobilismo travestito da attivismo mediatico e la mancanza di una grande visione della città sono i segni più evidenti dell’attuale amministrazione, più interessata a restaurare gli assetti di potere del passato che a riconnettersi con la vita profonda dei propri concittadini. Si trattava di risvegliare le migliori energie, ma si sono aggravati i problemi che affliggono i romani da sempre: dalle inefficienze del trasporto pubblico locale alla malagestione dei rifiuti, passando per il degrado delle periferie e lo stato comatoso della programmazione culturale, tutta concentrata sui grandi eventi spot.

Ciò che resta insomma è l’immagine di una città sempre più rassegnata, piatta e uguale a se stessa: i quartieri hanno ormai perso le loro specificità, al di fuori delle bellezze ineguagliabili del centro storico prevale una geografia di ambienti tristemente simili e si è persa quella coesistenza di tono aulico e popolare che era una delle principali caratteristiche della città di Roma. Anche la movida si è andata omologando nel tempo: prevale quasi ovunque il modello della Trastevere by night (quartiere apripista dei cosiddetti processi di gentrificazione). Rapportarsi ai propri luoghi e contesti vitali significa nei fatti sperimentare solitudine, disincanto e smarrimento, anche perché intorno a noi tutto è cambiato a ritmi ben poco sostenibili. Nel deserto che avanza, come argine all’atomizzazione totale rimangono le reti affettive e quelle professionali, oltre che naturalmente le parrocchie e i resti di un tessuto associativo, più o meno politicizzato, ridotto oggi ai minimi termini.

A peggiorare ulteriormente il quadro c’è poi un altro aspetto: negli ultimi vent’anni la periferia romana ha conosciuto la nascita di quartieri spettrali, costruiti attorno ai centri commerciali, intesi come (non)luoghi di aggregazione privilegiati. Sono l’immagine più emblematica di una visione urbanistica indifferente alle esigenze di una qualità della vita diversa nel segno della socialità e dello spirito di comunità, e naturalmente subalterna agli interessi dei grandi costruttori. Di tutto questo ovviamente non c’è traccia a livello di comunicazione pubblica dall’alto.

A gettare luce su questi episodi resta soltanto la testimonianza diretta dei singoli, la mia ad esempio: vivo nel quartiere “Giardino di Roma” (nei pressi di Acilia), meglio denominato come quartiere “Caltagirone” (dal nome della famiglia di costruttori più nota a Roma, proprietaria tra l’altro di diverse testate giornalistiche), ancora oggi costituito quasi solo da palazzi e locali commerciali mai aperti, e sprovvisto di un servizio di trasporto pubblico affidabile, al punto che senza automobile sei fuori da tutto. In risposta a quest’ultimo problema è stata fondata un’associazione, della quale faccio attualmente parte, che chiede da tempo la costruzione di una stazione del trenino Roma-Ostia (inutile pretendere una fermata metro: sarebbe ancora più improbabile). Anni di interpellanze nei confronti delle amministrazione pubbliche (Regione e Comune) hanno finora prodotto solo un rimpallo infruttuoso di responsabilità e così la vertenza si è protratta inutilmente tra rinvii e inadempienze continue.

Ma la beffa risale alle ultime settimane: presto partiranno i lavori per costruire nuove palazzine e nuovi parcheggi, in aggiunta a quanto già previsto, senza ovviamente alcuna garanzia – almeno così mi risulta – in fatto di oneri sociali compensativi. D’altra parte il grigio del cemento e il congestionamento del traffico riflettono al meglio le tonalità emotive di chi abita la periferia romana: un senso opprimente di immobilismo e di cupa rassegnazione.

Ciononostante la storia di Roma è anche la storia di una città mai doma: il disincanto brontolone ha spesso lasciato il posto a fiammate di rinascita, a testimonianza del legame viscerale (nevrotico, direbbe qualcuno) dei romani con la propria città e della presenza di una irriducibilità insopprimibile, che ruota attorno alla necessità di vivere momenti di convivialità incarnata con Roma sullo sfondo, da sempre palcoscenico di un teatro vivente in maschera con al centro tòpoi e figure caratteriali eterne.