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‘Ndrangheta, 8 arresti per riciclaggio. Ma manca la querela del ministro dell’Oman: per la Cartabia il pm non può contestare una truffa da 3 milioni

Il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri durante la conferenza stampa ha spiegato gli "effetti della riforma" dell'ex ministra su una indagine collegata a "Rinascita-Scott": "Ci voleva la querela della parte offesa e non siamo riusciti a rintracciarla"

La ‘ndrangheta aveva costituito una serie di società di diritto italiano, ungherese e cipriota, fittiziamente intestate a terzi soggetti. È quanto emerge dall’operazione dei carabinieri del Ros che, coordinati dalla Dda di Catanzaro, ieri hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip a carico di 11 indagati, 8 dei quali sono finiti in carcere. Dall’Inghilterra alla Svizzera passando per Cipro e l’Ungheria: grazie a uomini come l’arrestato Giovanni Barone, le cosche calabresi si sarebbero mosse con facilità nel panorama internazionale facendo affari e riciclando soldi sporchi. Affari e soldi sporchi che il gip ha messo in fila nelle 157 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare. Tutti tranne uno: una truffa da 3 milioni di euro che il procuratore di Catanzaro non è riuscito a contestare perché la riforma Cartabia impone la querela di un viceministro dell’Oman, la parte offesa che la Dda non è riuscita a contattare.

Però, “nel corso di questa indagine”, ha affermato il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, durante la conferenza stampa, “purtroppo non abbiamo potuto contestare una truffa aggravata di oltre tre milioni di euro perché per effetto della riforma Cartabia ci vorrà la querela della parte offesa e non siamo riusciti a rintracciarla”. Si tratta, infatti, di un viceministro dell’Oman. “La nazione non fa parte ovviamente del trattato di Schengen per cui non c’è un trattato bilaterale e fare la rogatoria internazionale per chiedere se volesse fare querela ci avrebbe fatto perdere molto tempo. Per questo motivo non abbiamo potuto chiedere la custodia cautelare per la truffa aggravata”. Nel corso della conferenza stampa organizzata per illustrare i dettagli del blitz eseguito dai carabinieri del Ros, infatti, il magistrato non ha potuto fare altro che prendere atto dei danni che la riforma Cartabia sta producendo anche sulle inchieste antimafia e non solo nei processi ordinari, con scarcerazione di imputati accusati di reati minori o nelle indagini per furto di energia elettrica.

Tra le persone finite in carcere c’è appunto Barone, ritenuto il principale personaggio che, stando al suo modus operandi, “provvedeva – è scritto nel provvedimento di arresto – attraverso società straniere (prevalentemente svizzere, inglesi, cipriote e ungheresi) attivate ad hoc, ad infiltrare società nazionali in grave difficoltà economica con la promessa di ripianarne le situazioni debitorie attraverso canali di investimento esteri. Operazioni che, di fatto, svolgeva a stretto contatto e sotto il coordinamento di esponenti di vertice dei Bonavota”.

In carcere sono finiti anche Basilio Caparotta classe 1961, Basilio Caparotta classe 1971, Gerardo Caparotta, Giuseppe Fortuna classe 1977, Giuseppe Fortuna classe 1963, Gaetano Loschiavo ed Edina Margit Szilagyi. Quest’ultima è l’avvocato ungherese nei confronti della quale è stato spiccato un mandato d’arresto europeo in quanto risultata intestataria del 50% delle quote di una delle società che servivano a riciclare il denaro sporco e che, stando alle indagini, venivano intestate a prestanomi. Per tre indagati (Saverio Boragina, Annamaria Durante ed Eva Erzsebet), invece, il giudice per le indagini preliminari Luca Bonifacio ha disposto la misura interdittiva di esercitare attività imprenditoriali o uffici direttivi di persone giuridiche.

L’indagine è collegata alla maxi-operazione “Rinascita-Scott” che nel 2019, con l’arresto di 334 persone, aveva disarticolato gli assetti della ‘ndrangheta di Vibo Valentia. Il blitz di ieri ha riguardato la cosca Bonavota. Complessivamente sono 25 gli indagati dalla Procura di Catanzaro, guidata da Nicola Gratteri, che ha documentato l’appartenenza all’articolazione territoriale di ‘ndrangheta attiva su Sant’Onofrio di quattro soggetti accusati di associazione a delinquere di stampo mafioso. Uno di questi, Giovanni Barone, è l’indagato che ha realizzato la rete di società di diritto italiano, ungherese e cipriota che serviva per agevolare le attività di riciclaggio in favore della cosca.

Oltre che nell’inchiesta “Rinascita-Scott”, la figura di Barone detto “il carabiniere” o “lo sbirro” (per i suoi trascorsi da ausiliario dell’Arma) era già emersa nell’ambito dell’indagine “Tenacia” della Dda di Milano che lo aveva inquadrato come stretto collaboratore di un soggetto definito “finanziere prestato alla ‘ndrangheta” con il compito di gestire le aziende che i clan avevano acquisito in Lombardia. Assieme a Gaetano Loschiavo, inoltre, sempre Barone era comparso in passato nelle carte dell’inchiesta “Tramonto” della Dda di Genova che indagava sull’infiltrazione della cosca Bonavota nei cantieri edili in Liguria. Oltre al 416 bis (il reato di associazione mafiosa, ndr), infatti, la Dda contesta i reati di riciclaggio internazionale, trasferimento fraudolento di valori e truffa internazionale. Tutte le accuse sono aggravate dal favoreggiamento alla ‘ndrangheta.

I carabinieri del Ros e i pm di Catanzaro, inoltre, hanno ricostruito le dinamiche sottese ad una truffa, consumata nel 2017 dall’articolazione mafiosa, a danno di investitori, sultani omaniti, che hanno versato la somma di 1 milione di euro dietro la promessa di ottenere il 30% delle quote di una società cui era riconducibile un compendio immobiliare in Budapest.

Su richiesta della Dda di Catanzaro, inoltre, il gip ha disposto il sequestro preventivo finalizzato alla confisca di beni e società per un valore di circa 3 milioni di euro. A tanto ammontava il giro d’affari del sodalizio criminale che, – ha spiegato il procuratore Nicola Gratteri, durante la conferenza stampa – era in grado di eseguire operazioni di riciclaggio “abbastanza sofisticate”.

“Abbiamo detto – ha aggiunto il magistrato – che la ‘ndrangheta non è in grado di fare riciclaggio sofisticato ma si deve rivolgere al mondo delle professioni e questo è un classico esempio. Siamo riusciti a dimostrarlo, grazie alla nostra credibilità e all’aiuto di Eurojust. È stato possibile fare intercettazioni ambientali in Ungheria all’interno dello studio di un’avvocata che faceva riciclaggio per conto della ‘ndrangheta. Siamo riusciti anche a dimostrare l’esistenza di una banca ungherese specializzata nel trattare criptovalute. La ‘Ndrangheta è molto interessata a questo istituto di credito”.

Un giro di affari e soldi sporchi che coinvolge altri Paesi e che gli investigatori hanno ricostruito. Tutti tranne il caso che coinvolge l’Oman. Con buona pace dei soldi che sarebbero stati incassati dai presunti autori della truffa. “Questo è l’ultimo degli effetti della riforma Cartabia – è il commento di Gratteri – ma nel corso degli anni ne vedremo tanti altri”.