Lavoro & Precari

Lavoro, 1,6 milioni di dimissioni in 9 mesi: +22%. Cgil: “Positivo se è per cercare un posto migliore. non se nasconde malessere”

I numeri emergono dalle tabelle dell’ultima nota trimestrale sulle comunicazioni obbligatorie del ministero del Lavoro. L'addio deciso dal lavoratore è la prima causa di cessazione dei rapporti di lavoro, seguita dalla conclusione di un contratto a termine

Sono 1,66 milioni le dimissioni dal lavoro registrate nei primi nove mesi del 2022, in aumento del 22% rispetto allo stesso periodo del 2021 quando erano state 1,36 milioni. I numeri emergono dalle tabelle dell’ultima nota trimestrale sulle comunicazioni obbligatorie del ministero del Lavoro. L’addio deciso dal lavoratore è stata la seconda causa di cessazione dei rapporti di lavoro, dopo la conclusione di un contratto a termine. In Italia le dimissioni sono aumentate a partire dal 2021: a lasciare sono per la maggior parte persone insoddisfatte del proprio posto, che si ricollocano altrove, come aveva spiegato a ilfattoquotidiano.it Francesco Armillei, dottorando in Scienze Economiche e socio del think-tank Tortuga, tra i primi ad aver studiato il fenomeno nel nostro Paese. Non si tratta insomma di ripensamenti radicali sul proprio stile di vita quanto della ricerca di condizioni migliori.

Nel solo terzo trimestre dell’anno scorso, le dimissioni sono state 562mila, in crescita del 6,6% (pari a +35mila) sul terzo trimestre 2021. Continua, dunque, sottolineano i dati sulle comunicazioni obbligatorie, il trend positivo osservato a partire dal secondo trimestre 2021, seppure con una variazione inferiore rispetto ai trimestri precedenti. “I dati testimoniano la ripresa di una certa vitalità e mobilità nel mercato del lavoro, anche in ragione del superamento delle restrizioni da Covid”, commenta la segretaria confederale della Cgil, Tania Scacchetti. “L’aumento delle dimissioni può avere spiegazioni molto differenti: da un lato può positivamente essere legata alla volontà, dopo la pandemia, di scommettere su un posto di lavoro più soddisfacente o più ‘agile’, dall’altro però, soprattutto per chi non ha già un altro lavoro verso il quale transitare, potrebbe essere legato a una crescita del malessere delle lavoratrici e dei lavoratori dovuta anche ad uno scarso coinvolgimento e ad una scarsa valorizzazione professionale da parte delle imprese”, rileva la sindacalista.

Risalgono anche i licenziamenti, che tra gennaio e settembre 2022 sono stati circa 557mila contro i 379mila nei nove mesi del 2021, in aumento del 47% rispetto ad un periodo in cui era però in vigore il blocco. Nel terzo trimestre 2022 ne sono stati registrati quasi 181mila, con una crescita del 10,6% (pari a +17 mila) in confronto al terzo trimestre del 2021.