Mafie

Messina Denaro arrestato, gli investigatori: “Una fetta di borghesia lo ha aiutato. Le sue condizioni di salute sono compatibili col carcere”

Nella conferenza stampa sulla cattura del superlatitante interviene il procuratore capo di Palermo De Lucia: "Fino a stamattina non sapevamo neanche che faccia avesse". Poi assicura: "E' stata una indagine pura, fatta con le intercettazioni. Senza non si possono fare le indagini di mafia". L'aggiunto Guido: “Messina Denaro era in linea con il profilo del paziente medio che frequentava la clinica”. Con i magistrati ci sono gli uomini dell'Arma, il generale Pasquale Angelosanto che comanda il Ros, il colonnello Lucio Arcidiacono a capo del primo reparto investigativo servizio centrale del Ros, Fabio Bottino, comandante provinciale di Trapani

Non è stata un consegna: quello di Matteo Messina Denaro è un “arresto trasparente“. Trent’anni dopo il blitz che portò a braccare Totò Riina, gli uomini della procura di Palermo e del Ros dei carabinieri insistono spesso su questo punto: l’arresto dell’ultimo latitante di Castelvetrano è il frutto di un’attività d’indagine pura, accelerata nelle ultime settimane. Di più: negli ultimi giorni. “Fino a stamattina non sapevamo neanche che faccia avesse“, ha detto Maurizio De Lucia, arrivato in procura a Palermo negli anni delle stragi e da qualche mese diventato il capo dell’ufficio inquirente siciliano: è lui l’interlocutore principale di quella che è la conferenza stampa dell’anno. Al suo fianco, nella sala stampa del comando generale dei carabinieri di Palermo, c’è Paolo Guido, l’aggiunto che da anni, senza clamore ed evitando il più possibile l’esposizione mediatica, coordina la caccia a Messina Denaro. “Posso assicurarvi che è stata una indagine pura, fatta con le intercettazioni“, dice, mentre De Lucia ci tiene a sottolineare due cose. La prima Senza intercettazioni non si possono fare le indagini di mafia. La seconda: “C’è stata certamente una fetta di borghesia che negli anni ha aiutato Messina Denaro e le nostre indagini ora stanno puntando su questo”. L’arresto di oggi, dunque, sarebbe solo il primo passo, mentre gli inquirenti sono alla caccia dell’ultimo covo dell’ex inafferrabile padrino.

Ma se fino a stamattina non sapevano che faccia avesse, quando hanno avuto la certezza di essere sulla pista giusta? Quando hanno capito che Andrea Bonafede, sessantenne di Campobello di Mazara malato di tumore, fosse in realtà l’ultimo boss delle stragi? “Una cosa che ci ha dato la granitica certezza che fosse lui è che nei giorni scorsi ha fatto una consulenza oculistica, all’occhio sinistro, e sempre alla clinica Maddalena”, spiega Guido: lo strabismo del boss all’occhio sinistro erano noto da anni. Molto meno conosciuti i gravi problemi di salute di oggi: il tumore al colon per il quale si stava curando in una delle migliori cliniche della Sicilia. Una malattia che alla fine è stata fondamentale per braccarlo: ma oggi come sta Messina Denaro? Le sue condizioni sono compatibili col carcere? “Ci è apparso in buona salute e di buon aspetto non ci pare che le sue condizioni siano incompatibili con il carcere. Ovviamente sarà curato come ogni cittadino ha diritto essere curato”, dice Guido. Con i magistrati ci sono gli uomini dell’Arma, il generale Pasquale Angelosanto che comanda il Ros, il colonnello Lucio Arcidiacono a capo del primo reparto investigativo servizio centrale del Ros, Fabio Bottino, comandante provinciale di Trapani. “Lo abbiamo individuato e bloccato insieme al suo complice in una via vicino alla clinica, che avevamo individuato. Non ha finto di essere il soggetto la cui identità ha utilizzato, ha subito dichiarato la sua identità”, spiegano i carabinieri. Che sottolineano come Giovanni Luppino, l’uomo che ha accompagnato Messina Denaro fino all’entrata della clinica Maddalena, fosse incensurato: commerciante di olive e agricoltore, è di Campobello di Mazara, paese vicino a Castelvetrano, città natale del boss. Ma in che condizioni era Diabolik quando i militari lo hanno fermato? “Aveva di buon aspetto, ben vestito, indossava capi di lusso ciò ci induce a dire che le sue condizioni economiche erano buone”. Che tipo di capi di lusso? Un orologio di marca Frank Muller, del valore di circa 35mila euro: nel 1993, quando aveva fatto perdere le sue tracce all’epoca delle stragi, si faceva segnalare perché era appassionato di Rolex. Trent’anni dopo non ha mutato troppo le sue passioni. Ecco i passaggi fondamentali della conferenza stampa.

“Può andare in carcere” – “Ci è apparso in buona salute e di buon aspetto: non ci pare che le sue condizioni siano incompatibili con il carcere”, così ha spiegato il procuratore aggiunto della Dda di Palermo, Paolo Guido, alla conferenza stampa sulla cattura del boss Messina Denaro. Un aspetto apparentemente sano e una vita agiata: “Le cure ripetute in una clinica privata di nota eccellenza sul piano oncologico”, questo è secondo Guido uno degli elementi che indicano il benessere economico dell’ormai ex latitante. Ma non è il solo indizio: “Indossava capi di lusso e un Frank Muller, un orologio del valore di circa 35 mila euro”. Un particolare che combacia con la sua nota passione per gli orologi di lusso. Benessere economico e stato di salute compatibile con il carcere, ma viste le cure oncologiche alla clinica La Maddalena, dove ha subito due interventi per un tumore al Colon, e dove era in cura pure per delle metastasi al fegato, è da considerare un malato terminale? “Non sono uno specialista e non sono in grado di esprimermi su questo. Ovviamente sarà curato come ogni cittadino ha diritto essere curato, recupererà la seduta di chemioterapia a cui doveva sottoporsi nei prossimi giorni in una struttura carceraria attrezzata per le cure oncologiche”, ha concluso Guido.

Come lo hanno individuato – Due giorni prima dell’arresto aveva “fatto una visita oculistica all’occhio sinistro, sempre alla clinica La Maddalena. Un particolare che ci ha dato la certezza granitica che fosse lui”, ha riferito Guido a margine della conferenza stampa. Proprio questa visita è stato l’elemento che ha dato il via alla sua cattura. “Già in passato avevamo indicazioni che avesse problemi di salute e su queste indicazioni abbiamo lavorato in modo da individuare le persone” che avevano accesso alla struttura sanitaria e che avevano una particolare patologia, ha spiegato anche il comandante del Ros, il generale Pasquale Angelosanto. “Nell’ultimo periodo – ha aggiunto Angelosanto – c’è stata un’accelerazione perché via via che si scremava la lista e si scremavano le persone, ci siamo concentrati su pochi soggetti fino ad individuare quel nome e cognome. Da qui l’ipotesi che potesse essere il latitante”. Ma per arrivare agli ultimi indizi oltre alla attività investigativa del Ros dei carabinieri fondamentali sono state “le intercettazioni, che sono indispensabili e irrinunciabili. Senza intercettazioni non si fanno le indagini e questo deve essere chiaro”, ha sottolineato il procuratore di Palermo, Maurizio De Lucia, nel corso della conferenza stampa organizzata nel Comando Legione Carabinieri di Sicilia, per illustrare i dettagli della cattura del boss Matteo Messina Denaro. Un arresto che è stato “il risultato di un lavoro corale che si è svolto nel tempo, che si è basato sul sacrificio dei carabinieri in tanti anni. L’ultimo periodo, quello delle feste natalizie, i nostri lo hanno trascorso negli uffici a lavorare e a mettere insieme gli elementi che ogni giorno si arricchivano sempre di più e venivano comunicati. La Procura era aperta anche all’antivigilia, è stato uno sforzo corale”, ha spiegato ancora Pasquale Angelosanto. Così, dopo anni di ipotesi sul fatto che fosse stato operato all’occhio a Barcellona, in Spagna, adesso si sa che “ha ancora lo strabismo”, ha spiegato ancora Guido a margine della conferenza.

Preso in strada – Matteo Messina Denaro è stato bloccato in strada, nei pressi di un ingresso secondario della clinica La Maddalena. Lo hanno spiegato i carabinieri del Ros, spiegando che il blitz è scattato quando “abbiamo avuto la certezza che fosse all’interno della struttura sanitaria”. Quando è stato bloccato, hanno aggiunto, Messina Denaro “non ha tentato la fuga” e “si è subito dichiarato, senza neanche fingere di essere la persona di cui aveva utilizzato l’identità”, ma “sicuramente ha cercato di adottare delle tutele una volta visto il dispositivo che stava entrando nella struttura, senza rendersi conto inizialmente di quanto grande fosse questo dispositivo”, ha spiegato l’aggiunto della Dda, Paolo Guido. Non era armato, né indossava alcuna protezione, “era in linea con il profilo del paziente medio che frequentava la clinica”, ha aggiunto Guido. “Catturare un latitante pericoloso senza ricorso alla violenza e senza manette è un segno importante per un paese democratico”, ha spiegato anche il capo della procura di Palermo Maurizio De Lucia.

Complicità clinica – “I documenti che esibiva erano in apparenza completamente regolari”, ha spiegato De Lucia. Per la clinica La Maddalena era dunque, Andrea Bonafede, geometra di 59 anni: “Era un nostro paziente da anni, non sapevamo chi fosse”, ha detto anonimamente una delle dottoresse della clinica La Maddalena, che lo aveva in cura. Mentre i vertici della clinica sono al momento trincerati in un rigoroso silenzio. “Allo stato non abbiamo elementi per parlare di complicità del personale della clinica anche perché i documenti che esibiva il latitante erano in apparenza regolari, ma le indagini sono comunque partite ora”. Lo ha detto il procuratore di Palermo Maurizio de Lucia alla conferenza stampa sulla cattura di Messina Denaro.

Chi lo ha protetto per trent’anni? “C’è stata certamente una fetta di borghesia che negli anni ha aiutato Messina Denaro e le nostre indagini ora stanno puntando su questo”, ha rivelato De Lucia. Le indagini sono, dunque, ancora in corso: “Nessuna delle vittime resterà senza risposta. Io, il mio ufficio e le forze dell’ordine continueremo a rivolgere i nostri sforzi in questo senso”, così il capo della procura palermitana ha risposto al padre dell’agente Nino Agostino, ucciso dalla mafia, che aveva chiesto se, dopo la cattura del capomafia, si riuscirà ad avere risposte sui delitti irrisolti come quello del figlio. “Il lavoro dei Ros e della Polizia in questi anni ha sostanzialmente ristretto la rete di complicità di cui godeva Messina Denaro attraverso molteplici provvedimenti restrittivi delle persone a lui vicini, mancava il cosiddetto ultimo miglio“. “Negli ultimi anni solo l’Arma ha eseguito 100 arresti di uomini vicini a Messina Denaro e sequestrato e confiscato 150 milioni. A questi numeri bisogna aggiungere i dati di Polizia e Finanza. Questo lavoro ha compromesso il funzionamento della struttura mafiosa”, ha detto il capo del Ros, generale Angelosanto.

41 bis – Per il boss della mafia siciliana, latitante da trent’anni, è già stato proposto il carcere duro: “Messina Denaro finora non parla, non ha dato indicazioni, dopodiché fino a stamattina non sapevamo neanche che faccia avesse. La cosa più importante in questo momento è la cattura, ora ci muoveremo”, ha spiegato De Lucia. Portato in carcere a Palermo stamattina, sarà trasferito a breve: “Ancora, in questo momento, non possiamo rispondere su quale sarà la struttura penitenziaria a cui sarà destinato Matteo Messina Denaro”, ha riferito, invece, Guido.

Castelvetrano libera – Un arresto “importante anche per la comunità della provincia di Trapani, Castelvetrano e tutto il comprensorio, che da troppi anni ha dovuto convivere con un alone negativo”, così ha commentato il comandante provinciale dei Carabinieri di Trapani, colonnello Fabio Bottino, nella conferenza stampa sull’arresto di Matteo Messina Denaro, auspicando che questo arresto possa portare “ripresa del benessere collettivo, fiducia nelle istituzioni, un futuro più roseo libero dall’oppressione che a volte è servito come alibi”.

Applausi alle forze dell’ordine – Dopo un iniziale smarrimento delle persone presenti vicino la clinica palermitana, al momento dell’arresto, quando è stato finalmente chiaro cosa fosse successo, i cittadini hanno applaudito gli agenti: “È stato un segnale molto importante in una città come questa”, ha detto De Lucia. Ma c’è ancora molto da fare: “Sarebbe l’errore più grave pensare che la mafia sia stata sconfitta”, ha sottolineato il capo della procura.