Cultura

Sconosciuto ma richiestissimo: la storia di Antonio Santin, artista spagnolo a 5 zeri. Ascesa di un talento o speculazione?

Le sue opere, sebbene siano vendute sempre a più di 100.000 euro, sono sempre sold out e stanno facendo il giro del mondo: dopo la personale a New York alla Galleria Marc Straus e la partecipazione alla Abu Dhabi Art Fair, nel 2023 avrà una mostra personale a Mumbai e un’altra a New York entro il 2024. Allora perché in Italia se ne parla e lo si conosce così poco?

Pochi di noi hanno sentito parlare e conosco l’enfant prodige dell’arte spagnola Antonio Santin, che realizza costosissime e preziosissime opere che a prima vista sembrano tappeti ripiegati o stropicciati. Guardando una delle sue opere, viene subito alla mente l’immagine di nascondere qualcosa sotto il tappeto. L’artista mi ha spiegato che “ho a che fare con l’ignoto, quello che è nascosto, quando spazziamo qualcosa sotto il tappeto è perché scegliamo e vogliamo nascondere un segreto che non possiamo né riusciamo ad affrontare. C’è in noi un infinito tappeto metaforico che disseziona tutti gli aspetti della nostra realtà e che ognuno di noi ha bisogno di scoprire per troviamo infine chi e dove siamo… sopra o sotto quel tappeto“. L’arte di Santin finisce così per riflettere non solo sulla natura della pittura, ma soprattutto sul concetto di verità. Il tema dell’illusione pervade così tutta la sua ricerca artistica. Proprio per tale ragione, Antonio Santin cura le sue opere in ogni minimo dettaglio, necessario a creare in chi le guarda una profonda e conturbante illusione ottica: sono tappeti? Si nascondono corpi e figure umane sotto queste sculture appese che sembrano dei tappeti?

Partito dalla pittura figurativa, approda intorno al 2015 a una forma di quadri materici realizzati con colori a olio distribuiti sulla tela mediante una tecnica speciale che imita il ricamo dei tappeti. La vernice ad olio, simbolo stesso della tradizione della pittura, viene così impiegata da Santin quale vero strumento scultoreo: attraverso compressori ad aria collegati a delle speciali siringhe crea “sottili fili” di colore a olio, che delineano una serie di micro-rilievi. Il processo si conclude con la stesura di una particolare patina speciale, che dona all’opera una ancora maggiore illusione ottica, come se si trattasse di un trompe l’oeil. Per portare a termine ogni lavoro, Santin aiutato dai suoi assistenti ci lavora fino a sei mesi: dopo un periodo iniziale di lunga riflessione e analisi, nutrita da tante attese e infinite ispiranti letture, segue un lungo processo di creazione di una tavolozza di colori che rispecchia pienamente lo specifico stato d’animo dell’artista in quel momento. Solo a quel punto arriva la fase di realizzazione attraverso un movimento lento, preciso e che necessità grande tempo e concentrazione.

L’artista, nonostante i volumi e la tridimensionalità, definisce “quadri” le sue creazioni, che non ritraggono mai tappeti reali, quanto costituiscono l’idealizzazione stessa del tappeto e della sua intrinseca storia. Queste opere nascondono spesso anche una natura intima dell’artista che si svela nelle masse antropomorfe celate tra le pieghe delle opere e nei titoli, come “Ya Mañana” o “Not My Circus Not My Monkeys”. L’artista evidenza come “ogni opera è come se fosse una pagina di un mio diario”, ma non spiega oltre e non entra mai nel dettaglio sull’origine di questi titoli, stimolando nello spettatore un totale dispiegamento di più una dimensione immaginifica. A ben pensarci le opere di Antonio Santin nella loro immediatezza nascondono tra le “pieghe del colore” un’attenta, ponderata e profonda poesia sull’esistenza umana. Le sue opere, sebbene siano vendute sempre a più di 100.000 euro, sono sempre sold out e stanno facendo il giro del mondo: dopo la personale a New York alla Galleria Marc Straus e la partecipazione alla Abu Dhabi Art Fair, nel 2023 avrà una mostra personale a Mumbai e un’altra a New York entro il 2024. Allora perché in Italia se ne parla e lo si conosce così poco?

Tante possono essere le cause e i fattori da considerare: in primis l’Italia – per fortuna – è un Paese ricco di storia dell’arte, tanto antica quanto contemporanea. Il 3,4% (dati Eurostat 2021) dell’occupazione in Italia è dato dalla cultura: se è vero che la media europea è del 3,7%, è innegabile che stiamo parlando di circa 900.000 persone. All’interno di questa considerevole parte della popolazione dobbiamo però considerare che gli artisti sono molti meno, ovvero circa 20-30 mila persone, considerando che nei 131 mila lavoratori indicati dall’Eurostat sono inclusi circa 110.000 giornalisti. L’essere un artista in Italia, un Paese che sembra aver dimenticato quasi completamente la cultura e soprattutto i giovani che la praticano, è sempre più un mestiere per idealisti e/o per ricchi. E quindi i due fattori sopra citati si sommano: tantissime persone fanno arte grazie al sostegno esterno al sistema (sacrifici personali e/o famigliari) piuttosto che per capacità riconosciute e riconoscibili. Del resto, se il 2022 è stato l’anno dei record nelle aste d’arte, tanto da considerarlo quasi una bolla speculativa, dobbiamo ricordarci che tra i record raggiunti pochi sono i giovani, quasi nessuno nelle aste italiane. Il costo base di un’opera di Santin è pari quasi al record d’asta di Salvo (155.500 euro alla Blindarte) tra i più noti pittori italiani, scomparso cinque anni fa, dopo una lunghissima carriera che lo ha portato a essere considerato “sicuro” nella sua storicizzazione. Che il problema vada rintracciato allora nel collezionismo italiano, molto propenso alla soddisfazione di una legittima aspirazione e di un’arte come strumento di rappresentazione di uno status, per cui si possiede per lo più ciò che è “facilmente” riconoscibile? Oppure è diffusa la convinzione – contro corrente – che siamo di fronte a casi di speculazioni ed eccessive quotazioni di giovani emergenti, non sostenibili nel tempo?

Come ha commentato al riguardo un noto e lungimirante collezionista italiano Bruno Paneghini: “Compriamo in primo luogo ciò che ci piace per un desiderio di appagamento, ma anche innegabilmente di condivisione. Mi piace collezionare opere storiche dell’arte, ma anche scoprire nuovi artisti. Che senso ha un collezionismo che sa solo ripetere e fare un copia-incolla delle nostrane mode?” Il dibattito è aperto… anche tra le pieghe di un quadro-tappeto di Antonio Santin.