Cronaca

Ong contro il decreto del governo: “Rispettiamo diritto internazionale”. Cosa dicono le leggi e chi ha ragione nel nuovo scontro sui migranti

Dall'obbligo di chiedere un porto sicuro dopo il primo soccorso a quello di raccogliere a bordo le intenzioni di fare richiesta di permesso di soggiorno, il nuovo decreto sicurezza che ha avuto l'ok dell'ultimo consiglio dei ministri potrebbe complicare la vita delle organizzazioni umanitarie che l'esecutivo vuole richiamare al rispetto del diritto internazionale. Ma c'è anche il rischio che a non rispettarlo sia lo stesso decreto

Durante la conferenza stampa di fine anno Giorgia Meloni ha difeso il contenuto del decreto sulle Ong approvato dall’ultimo consiglio dei ministri. Il testo ancora non c’è e potrebbero essere in corso ulteriori modifiche. Sul contenuto il premier ha precisato che “l’oggetto è il rispetto del diritto internazionale da parte delle organizzazioni non governative”. Intanto, in base alle anticipazioni uscite sui giornali, le organizzazioni hanno già fatto sentire la loro voce. “Il Decreto Sicurezza votato dal Consiglio dei ministri riduce drasticamente le possibilità di salvare vite in mare, limitando l’operatività delle navi umanitarie e moltiplicando i costi dei soccorsi per tutte le ong”, ha dichiarato Emergency. In particolare, il governo potrebbe voler impedire i cosiddetti “salvataggi multipli“, imponendo ai comandanti l’immediata richiesta di un porto sicuro dopo il primo soccorso effettuato. In caso di ulteriori operazioni, queste dovranno essere autorizzate dalle autorità che le coordinano stante l’obbligo di notifica da parte delle ong. Insieme all’assegnazione di porti italiani sempre più distanti, per le organizzazioni umanitarie l’intento è quello di “ostacolare le attività di ricerca e soccorso e non fa che aumentare in modo esponenziale il rischio di morte per migliaia di persone”, ha spiegato Juan Matias Gil, capomissione di Medici Senza Frontiere. “Salvare vite umane è il nostro imperativo ed è un obbligo sancito da tutte le convenzioni e le leggi internazionali e per questo continueremo a farlo”.

Ong obbligate a comunicare, l’Italia a rispondere? – “Le Ong non possono agire in maniera indiscriminata e senza regole, soprattutto senza connettersi e informare l’Italia”, ha ribadito anche il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani di Fratelli d’Italia. La dichiarazione è utile a una premessa necessaria. Come recentemente documentato in seguito agli episodi degli sbarchi selettivi imposti dal ministro degli Interni Matto Piantedosi, la comunicazione delle operazioni SAR (search and rescue) da parte delle ong è immediata e assidua. Al contrario, le risposte da parte delle autorità competenti per le rispettive zone di mare SAR non lo sono. La Libia non risponde praticamente mai alle comunicazioni delle ong, né i comandanti potrebbero consegnare i naufraghi alle autorità libiche senza violare la normativa europea che vieta i respingimenti verso paesi dove l’incolumità e i diritti delle persone sono a rischio (Regolamento Ue 656/2014). Ma indipendentemente dalla zona SAR in cui è avvenuto il salvataggio, le convenzioni internazionali richiamate dal Consiglio d’Europa e dalle linee guida dell’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO), prevedono che il primo Mrcc che ha notizia di una possibile emergenza SAR ha la responsabilità di gestire la situazione, anche se l’evento è esterno alla propria area marittima di responsabilità e fino a quando la situazione non sarà presa in carico da altro Stato, quello competente per la zona SAR o altro in condizioni di prestare migliore assistenza (Risoluzione MSC.167(78)). Tutte regole che contrastano con il comportamento tenuto dalle autorità italiane e maltesi che, come già raccontato, spesso non rispondono alle navi che chiedono di essere coordinate fin dalla ricezione della richiesta di soccorso.

Decreto sicurezza, chi vìola la legge? – Se il testo del decreto legge confermerà le indiscrezioni, intanto il centro di coordinamento italiano dovrà iniziare a rispondere alle navi che comunicano la disponibilità a intervenire dopo la segnalazione di pericolo. Non farlo è già una violazione del diritto internazionale. Quanto alla possibilità per le nostre autorità di decidere se una nave che ha già soccorso dei naufraghi possa effettuare altri soccorsi, magari mentre dirige verso il porto sicuro assegnato, è esclusa dalle convenzioni Onu sul diritto del mare (Unclos) e sulla sicurezza della vita in mare (Solas), che, fatta salva la sicurezza dell’imbarcazione e delle persone già a bordo, impongono a ogni Stato di esigere dalle navi di bandiera di intervenire di fronte a una situazione di pericolo, e obbligano al soccorso i comandanti. Che non si possono esimere, né l’Italia può pretenderlo. Anzi, se le navi dovessero intercettare nuove richieste di soccorso, non si potrà impedire loro di intervenire perché sarebbe contrario al diritto internazionale e dunque un reato. Insomma, contrariamente a quanto auspica il premier Meloni, c’è il rischio che a non rispettare il diritto internazionale sia il decreto del governo.

Domande d’asilo a bordo della nave, si può? – Quanto all’altra pretesa che potrebbe essere contenuta nel testo del decreto sicurezza, e cioè la tempestiva raccolta a bordo delle intenzioni dei naufraghi di richiedere la protezione internazionale, la questione non è meno complessa. Dipende infatti dalle reali intenzioni dell’Italia. Nel caso si trattasse di imporre ai comandanti di raccogliere le richieste di asilo e allo Stato di bandiera la competenza sulle domande anche ai fini del regolamento di Dublino, va detto intanto che oggi non esiste uno Stato al mondo che consenta a dei naufraghi salvati in acque internazionali di chiedere asilo sulla nave. Intanto per i limiti strutturali rispetto alle esigenze che tali richieste comportano. Ma soprattutto perché gli Stati hanno sempre contrastato simili prassi che ad oggi vedono l’Italia isolata sia in Europa che a livello internazionale, come conferma anche un recente documento dell’Unhcr che nega vi sia per i comandanti l’obbligo giuridico “di accogliere le persone soccorse, di ammetterle a una procedura di asilo e di concedere protezione internazionale”. Teoricamente la possibilità di introdurre una simile prassi esiste, ma rimane prerogativa dello Stato di bandiera che dovrebbe modificare le sue leggi per conferire ai comandanti l’autorità di procedere. In nessun caso, dunque, potrà trattarsi di un obbligo imposto dallo Stato costiero che coordina l’operazione SAR o assegna il porto sicuro in base alle regole che gli impongono tale disponibilità.

Come ha scritto la professoressa Chiara Favilli, ordinaria di Diritto dell’Unione europea all’Università di Firenze, “nella remota ipotesi che una domanda di protezione fosse presentata al capitano di una nave battente bandiera tedesca, l’Italia, se richiesta ed individuata come il porto sicuro più vicino, dovrebbe comunque consentire lo sbarco delle persone e poi, in caso di presentazione della domanda di protezione anche in Italia, invocare l’applicazione dell’art. 13 del regolamento Dublino nei confronti della Germania come Stato di primo ingresso irregolare”. E questo perché le operazioni di ricerca e soccorso si concludono con lo sbarco delle persone nel porto sicuro e non con il loro salvataggio a bordo. Dunque, l’Italia non può ad oggi pretendere che i naufraghi chiedano protezione allo Stato di bandiera. Né un decreto può superare leggi e convenzioni internazionali, e qualora legasse le sanzioni amministrative ipotizzate al rispetto di simili pretese si tratterebbe di una richiesta illegittima.