Società

Tiziano Fratus cammina sulla stessa mia strada, arborea e concettuale

“Tutto quel che devi fare è decidere che dovunque sei quello è il posto migliore”. Pensiero stupendo, di Sodō Yokoyama (1907-1980) che ci farebbe un gran bene adottare più spesso nell’era del fast and furious, contro la metastasi di desideri e ossessioni (per lo più indotte) che ci affligge. L’amico Tiziano Fratus, Homo radix, scrittore e buddista agreste, l’ha introdotta nella sua esistenza, l’ha posta come exergo di un bel libro, Sutra degli alberi, uscito da poco per Piano B Edizioni.

Conosco Tiziano da parecchi anni, da quando lo recensivo sulle pagine de La Stampa e partecipavamo a Torino Spiritualità, condividendo la passione per le foreste e per gli alberi, per la cultura ecologica, sentimento che naturalmente non ci ha abbandonati. L’ho conosciuto al termine un periodo fertilissimo della vita, quello in cui lavoravo per la redazione culturale della Stampa in via Marenco, a pochi metri da quella di Tuttolibri e a due passi dal fiume Po, in uno dei quartieri più incantevoli, paesaggisticamente, di Torino.

Dico questo perché allora avevo scritto un libro sugli alberi e sui parchi e gli scrittori torinesi, avevo lavorato per “Tuttoscienze” e per la Cultura e perseguivo una visione idilliaca dell’esistenza, ero un ecologista ante litteram. Ho conosciuto Tiziano quando la sede del giornale si era ormai trasferita in via Lugaro, lontano dal fiume e dalla collina. Con i suoi libri sul verde mi ha ricordato gli alberi di cui avevo tanto scritto, e i dialoghi con Nico Orengo, scrittore-gentiluomo appassionato di verde, habitué dell’incantevole Mortola e dei Giardini Hanbury, a due passi da Ventimiglia, amico di Calvino e Biamonti. Mi ha ricordato che quell’Altrove della mia giovinezza erano (e sono tuttora) i boschi – anche quelli di Big Sur sulla costa californiana, riecheggianti Jack Kerouac, che mi spinse a viaggiare in autostop. Una forma di dialogo generazionale.

Scusate il détour, che non ci porta fuori strada. Perché Tiziano Fratus, con le debite differenze generazionali e caratteriali, cammina sulla stessa mia strada arborea e concettuale, ecologica, è uno scrittore-poeta hors catégorie.

Oggi in tanti si proclamano ecologisti, ma pochi tentano di vivere a fondo l’ecologia, intellettualmente, emotivamente. Fratus ne ha fatto una filosofia di vita. Parla del suono delle cortecce, dei luoghi in cui “inforestarsi” in Italia con tensione poetica e lessicale: È “l’uomo il fiore che deve sbocciare dalle rovine di se stesso e che attraverso la liberazione metterà rami e foglie e sarà uno col Tutto”. (Massimo Dai Do Strumia, 1950-2010). Il “sutra degli alberi” ci dice – un po’ come Jung nel Libro rosso – di entrare nel deserto e di farlo fiorire. Suggerisce di coltivare un orto, un giardino: “Quel che semini prima o poi rinasce e cresce, fuori di noi e quindi anche dentro di noi”. Altro bellissimo pensiero, ma a volte anche gli alberi muoiono, e la riconoscenza non è di questa terra. Ma è bello sperarlo.

L’obiettivo è trovare la pace, scusate se è poco. Andando controcorrente, accettando i fallimenti e il silenzio, salendo nel cielo a rischio di non trovarci niente, come il buzzatiano tenente Drogo, è chi si alza, si sbarba, sorride allo specchio e nutre misericordia per i fratelli di sventura. Fratus si fa devoto nel ventre cavo dei boschi, incontra lo sguardo dei pionieri Zen, ricorda la vasta letteratura che intreccia carta e natura, come nella tradizione giapponese.

Fratus si abbandona all’abbraccio dei patriarchi, nella solitudine dei boschi sente pulsare la libertà: “Radico ergo sum”. “L’uomo che si inoltra in natura capisce da solo, un’esperienza dopo l’altra, che la vita non ha una direzione obbligata, che tutto – a partire dal tempo che c’è dato, dalle energie che giostriamo, dai desideri e dai limiti con i quali ci forgiamo misuriamo – è un dono senza un senso preciso: siamo la vita che decidiamo di indossare”.

Battere e levare, così ci tocca. Come disse Giordano Bruno, tutto è centro e tutto è periferia. La vera lotta è con se stessi, è trovare il bandolo, il filo che cuce insieme giorno e notte, luce e oscurità, il bene e il male e i saggi del buddismo, come nel libro di Fratus, un buddismo praticato più in natura che nelle comunità o nei monasteri, nei suoi luoghi più sacri. Per diventare “un cavaliere solitario del Dharma”.