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Sicilia, le frizioni del centrodestra ritardano la nascita della giunta. Il vice dell’imputato Schifani? Sammartino, due volte sotto processo

Le liti interne alle due correnti di Fdi ma pure quelle dentro a Forza Italia - con Micciché che si considera ormai fuori dalla maggioranza - ritardano la nascita del nuovo governo regionale, a quasi due mesi dal voto. Dagli uomini di Cuffaro ai fedelissimi di Lombardo: ecco tutti i nomi in ballo. E come vice del governatore, sotto accusa a Caltanissetta per violazione di segreto, si fa il nome del deputato leghista, imputato in due procedimenti per corruzione elettorale

Le frizioni tra i meloniani rallentano la formazione del governo siciliano. Mentre si profila la vicepresidenza della Regione per il leghista pluri imputato Luca Sammartino. Così alla guida della Sicilia ci sarebbe Renato Schifani, a processo a Caltanissetta per violazione di segreto, e come suo vice Sammartino, sotto processo a Catania per corruzione elettorale in due distinti procedimenti. Se non è un record, poco ci manca.

Niente giunta a quasi due mesi dal voto – Anche se sulla vice presidenza restano pochi dubbi, a palazzo d’Orleans non c’è però ancora niente di definitivo. Schifani si prenderà ancora qualche giorno per nominare i componenti della sua giunta. Gli ultimi scossoni dentro Fratelli d’Italia non permettono al governatore di trovare l’intesa entro la fine di questa settimana: la nuova scadenza è stata fissata tra le giornate lunedì e martedì. Dopo più di un mese e mezzo dalle elezioni regionali del 25 settembre in Sicilia non c’è, dunque, ancora un governo. E se finora a bloccare Schifani erano stati errori nello spoglio elettorale e vincoli giuridici (una legge regionale gli impedisce di formare la giunta prima dell’insediamento dei consiglieri), adesso sono i trambusti all’interno della maggioranza a far slittare la formazione della giunta.

Poltrone e Cencelli – Intanto c’è la questione delle poltrone, ovvero del numero degli assessorati che toccano ai partiti della maggioranza. Schifani è stato accusato dagli alleati di essere troppo filo meloniano: alla fine a Fratelli d’Italia dovrebbero andare quattro assessori, tre andrebbero a Forza Italia, due alla Lega e altri due alla Dc di Totò Cuffaro, l’ex governatore che ha scontato una pena per favoreggiamento alla mafia e che ieri ha rimesso piede a Palazzo dei Normanni, anche se solo una riunione coi suoi prima dell’elezione del presidente dell’Ars. L’ultima casella nella giunta Schifani è quella per gli autonomisti di Raffaele Lombardo. Il bilanciamento numerico però potrebbe essere rivisto dal governatore nei prossimi giorni a favore dello stesso Lombardo che potrebbe ottenere così un assessore in più a discapito dei 4 di Fdi. E proprio dal partito di Giorgia Meloni arrivano i principali problemi, legati alle frizioni nate tra le le due correnti siciliane di Fdi: i meloniani della prima ora e gli esponenti di Diventerà Bellissima, il movimento dell’ex governatore Nello Musumeci, ora nominato ministro del Sud e del Mare. “Ci sono alcuni diktat che arrivano direttamente da Roma, di fronte ai quali fanno muro dal territorio”, confida un deputato della maggioranza.

Le frizioni in Fdi – Un nome su tutti è quello della messinese Elvira Amata, a quanto pare imposta da Roma ma poco gradita dalle file dei supporter di Musumeci, che invece rivendicano un assessorato per Giusi Savarino, Giorgio Assenza e Alessandro Aricò, cioè i tre ex coordinatori di Diventerà Bellissima. È però lo stesso Francesco Lollobrigida, ministro dell’Agricoltura e cognato di Giorgia Meloni, a spingere per l’ingresso in giunta di Francesco Scarpinato, il più votato nella lista di Fdi alle comunali di Palermo. A riprova dei malumori in Fdi, nel voto che ieri ha portato all’elezione del meloniano Gaetano Galvango sono spuntati 4 voti per Assenza. Sarebbero 4 voti mancanti alla maggioranza che testimonierebbero le lotte intestine interne al partito della premier.

Meloniani contro meloniani – In quest’ottica potrebbe rientrare anche la nomina di Elena Pagana, ex M5s, poi passata ad Attiva Sicilia e infine confluita nelle file del partito in cui milita anche il marito, Ruggero Razza, pupillo di Musumeci ed ex assessore alla Salute, divenuto noto per l’intercettazione in cui chiedeva di “spalmare” il numero dei morti di Covid. Per Pagana, nonostante la bocciatura elettorale alle regionali nel collegio di Enna, si dovrebbero aprire le porte della giunta regionale ma solo se Schifani si deciderà, infine, a nominare anche candidati non eletti. Intanto di sicuro sono almeno quattro le donne che dovranno fare parte per legge del governo siciliano. Tra queste spicca il nome di Giovanna Volo, l’unico volto che pare ormai certo di far parte della nuova giunta. Ex manager dell’Asp, adesso in pensione, sorella della avvocata Grazia Volo, nota penalista che di recente ha difeso Calogero Mannino, dovrebbe essere la nuova assessora alla Salute siciliana. È considerata molto vicina a Gianfranco Micciché, vicerè di Silvio Berlusconi in Sicilia, che però aveva indicato un’altra donna. La mossa di Schifani sembra, infatti, ricalcare quella che Ignazio La Russa fece a suo favore lo scorso agosto, quando lo indicò come il candidato governatore del centrodestra. In quel caso La Russa scelse Schifani, esponente di Forza Italia come Micciché, che però avrebbe voluto puntare su un altro nome e si trovò quindi spiazzato dall’indicazione di Fdi.

Schiaffi a Miccichè – Alla fine Miccichè ha fatto campagna per Schifani, ma i rapporti tra i due sono comunque saltati nei giorni scorsi: un attimo prima dell’elezione del presidente dell’Ars, Micciché ha dichiarato di sentirsi “ormai fuori dalla maggioranza”. Oltra a Volo dovrebbe entrare in giunta anche Marco Falcone, ex assessore di Musumeci, ed Edy Tamajo, recordman delle preferenze a Palermo che ha fatto il grande ingresso in Forza Italia già alle comunali grazie all’intesa con Micciché. L’ingresso in giunta di Tamajo, però, sembra essere un ulteriore sgarbo proprio a Micciché, perché sarebbe il frutto di un accordo autonomo siglato da Schifani e da Totò Cardinale, l’ex ministro di Massimo D’Alema che aveva fondato un partito – si chiamava Sicilia futura ed era vicino al Pd di Matteo Renzi – in cui militava pure Tamajo. Fin qui tutte le scelte di Schifani, dunque, appaiono in aperto contrasto con l’ala berlusconiana di Micciché che nelle scorse settimane è stata bocciata pure nelle nomine di sottogoverno: l’unica siciliana, Matilde Siracusano, è considerata al di qua dello Stretto in quota calabrese, visto che è la compagna del governatore Roberto Occhiuto. I berlusconiani siciliani avevano invece proposto Tommaso Calderone, uomo vicinisssimo a Micciché, che però non è stato premiato con un posto al governo Meloni.

Due processi per un vice presidente – Più lineari gli accordi di Schifani con la Lega, dove i nomi non sembrano essere più in discussione: sono Vincenzo Figuccia e Luca Sammartino. Al partito di Matteo Salvini dovrebbe andare anche la vicepresidenza del governo regionale e il nome giusto sembra essere proprio quello di Sammartino, che prima di aderire al Carroccio era in Italia viva e prima ancora militava nel Pd. Se così fosse la Sicilia avrebbe un singolare primato: il presidente Schifani a processo a Caltanissetta per rivelazione di segreto d’ufficio, in uno dei filoni del caso Montante, e il suo ipotetico vice imputato a Catania addirittura in due processi per corruzione elettorale. In pratica Sammartino è accusato di aver garantito assunzioni in cambio di voti e raccomandazioni, ma in uno dei due processi a garantire sostegno elettorale al politico leghista sarebbe stato – secondo la procura – Girolamo Lucio Brancato, ritenuto esponente di spicco del clan mafioso dei Laudani. A Sammartino, in ogni caso, non viene contestata l’aggravante mafiosa. Con la vittoria di Schifani, inoltre, si registra il gran rientro nelle stanze del potere per Totò Cuffaro che potrà contare su due nomine per i suoi, Nuccia Albano e Andrea Messina. Roberto di Mauro, invece, entrerà in giunta in quota Mpa di Raffaele Lombardo. L’ex governatore potrebbe incassare anche un secondo assessorato: in questo caso andrebbe a Luigi Genovese, il figlio di Francantonio, ex deputato del Pd arrestato per lo scandalo sulla formazione. A questo giro Genovese junior è rimasto dietro la porta di Palazzo dei Normanni, come primo dei non eletti. Porte girevoli e contrasti interni per un governo che stenta amcora a partire.