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Xi Jinping andrà in Arabia Saudita: così la Cina prova a scalzare Usa e Russia per diventare il nuovo leader in Asia Centrale e Medio Oriente

L’interesse di Pechino per la monarchia del Golfo - e in generale tutta la regione - è cresciuto verticalmente nel biennio. Numerosi gli interessi della repubblica Popolare: diversificare le forniture energetiche, promuovere una nuova idea politica e ridisegnare l'ordine mondiale e avviare nuove collaborazioni nel settore militare. Tutto a spese di Mosca e soprattutto Washington

Prima l’Asia Centrale, poi il Medio Oriente. L’agenda estera di Xi Jinping mette in chiaro quali sono le priorità di Pechino. Se il Kazakistan è stato la meta del primo viaggio di Xi dall’inizio del Covid-19, l’Arabia Saudita potrebbe ospitare la prima visita di Stato del suo terzo mandato quinquennale. Concluso il XX Congresso del PCC, la diplomazia cinese continua a corteggiare quella parte di mondo dove la Russia e gli Stati Uniti perdono terreno. O per utilizzare le parole di Qin Yaqing, presidente della China Foreign Affairs University: “Le grandi potenze sono la chiave, la periferia della Cina è la priorità, i Paesi in via di sviluppo sono le fondamenta e le piattaforme multilaterali sono il palcoscenico”.

La data ufficiale della trasferta saudita non è nota, ma fonti diplomatiche anticipano a Ilfattoquotidiano.it che si terrà dall’8 al 9 dicembre. Ovvero dopo il G20 di Bali e un probabile bilaterale tra Xi e Joe Biden. Secondo il ministro degli Esteri, Faisal bin Farhan, che dopo mesi di indiscrezioni ha recentemente confermato la visita, durante la permanenza a Riyad il presidente cinese dovrebbe presiedere ben tre vertici regionali. Compresi due summit con la Lega Araba e il Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC), in previsione di un futuro accordo di libero commercio.

Perché proprio l’Arabia Saudita?
Con un interscambio di 87,3 miliardi di dollari, la Cina è il primo partner commerciale dell’Arabia Saudita. Da diversi anni i due Paesi perseguono strategie di investimento complementari attraverso la Belt and Road cinese e la Vision 2030 saudita. L’interesse di Pechino per la monarchia del Golfo – e in generale tutta la regione – è cresciuto verticalmente nel biennio pandemico. Stando al Financial Times, se nella prima metà del 2022 i progetti cinesi in Russia sono scesi a quota zero, nello stesso periodo gli accordi conclusi con l’Arabia Saudita ammontano a 5,5 miliardi di dollari.

Gioca un ruolo sempre più importante anche la necessità di diversificare le forniture energetiche. La scorsa primavera, sfruttando i prezzi a buon mercato del petrolio russo, la Cina ha temporaneamente rallentato gli acquisti dall’Arabia Saudita, salvo poi fare marcia indietro. Secondo Reuters, ad agosto le importazioni di petrolio saudita sono aumentate del 5% su base annua a quasi 2 milioni di barili al giorno, più degli 1,96 milioni spediti dalla Russia. Per Pechino, Mosca è un partner strategico ma meno fidato di quanto non sembri. Mantenere buoni rapporti con Riyad permette quindi al gigante asiatico di preservare una distanza di sicurezza dalla Russia.

Il fattore politico non è meno rilevante. Faisal bin Farhan ha rimarcato come l’Arabia Saudita rispetti “gli interessi fondamentali della Cina, compresi quelli relativi allo Xinjiang, Taiwan, Hong Kong e ai diritti umani”. Un punto quest’ultimo riaffermato con l’endorsement saudita alla Global Development Initiative (GDI), iniziativa con cui Pechino punta a rimpiazzare in sede Onu i valori (cosiddetti) universali con il concetto di “diritto allo sviluppo”. Una visione accolta con favore in quella parte del pianeta, come il Medio Oriente, dove la crescita economica spesso prevale sui diritti. Secondo le nostre fonti, Pechino ricambierà fornendo il proprio endorsement alla controversa candidatura saudita all’Expo 2030 a cui mira anche la città di Roma.

Si profila il tentativo di plasmare a proprio piacimento un ordine mondiale considerato da entrambi i Paesi ormai anacronistico e inadeguato. Gli equilibri economici cambiano e sono sempre di più le nazioni – non solo la Cina – a sentire l’esigenza di maggiore spazio d’espressione. Da qui il rapido sviluppo di piattaforme alternative ai vecchi forum a guida occidentale. Proprio quest’anno l’Arabia Saudita insieme a Egitto, Qatar, Emirati, Kuwait e Bahrain è diventata dialogue partner della Shanghai Cooperation Organization (SCO), la sigla creata nei primi anni 2000 per combattere terrorismo e separatismo tra Cina e Asia Centrale. La monarchia saudita si è detta anche interessata a entrare nei Brics, la piattaforma delle economie emergenti che da tredici anni riunisce Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica.

Questa nuova architettura globale a trazione cinese prevede tra le altre cose un uso più massiccio dello yuan/renminbi. Proprio la valuta cinese, stando a diversi report, è oggetto di un possibile accordo tra Pechino e Riyad per sostituire i petrodollari nella definizione dei prezzi del greggio saudita. Una mossa nell’aria da tempo che oggi si configura alla luce dello strappo tra l’Opec+ (coalizione a guida russo-saudita) e Washington sulla produzione del petrolio. D’altronde, mentre le forniture saudite verso la Cina continuano ad aumentare, quelle destinate agli States sono diminuite.

La sponda cinese si rivela quindi preziosa soprattutto ora che i rapporti con l’amministrazione Biden evidenziano le prime profonde crepe. La monarchia saudita mal tollera il coinvolgimento americano nelle trattative sul nucleare iraniano. E la fuga degli States dall’Afghanistan ha macchiato la credibilità dell’impegno di Washington in Medio Oriente. Secondo un sondaggio dell’Arab Barometer, condotto ad agosto in nove Stati arabi, solo in Marocco l’opinione pubblica vede ancora più favorevolmente gli Stati Uniti rispetto alla Cina.

Non stupisce quindi che Riyad stia stringendo con il gigante asiatico rapporti inediti, anche nel settore militare fino a ieri semi-monopolizzato dallo zio Sam. Se nel periodo 2017-21 l’Arabia Saudita ha acquistato dagli States l’82% delle armi importate e solo l’1% dalla Cina, le cose stanno lentamente cambiando. Dopo che nel gennaio dello scorso anno l’amministrazione Biden ha sospeso la vendita di armi offensive in risposta all’intervento saudita in Yemen contro gli Houthi, secondo Cnn e Wall Street Journal Riyad si è rivolta proprio a Pechino per ottenere la tecnologia necessaria allo sviluppo in-house di missili balistici. Un notevole passo in avanti rispetto al consueto acquisto di vettori “made in China”. Qualcosa di simile era stato concordato in precedenza con l’obiettivo conclamato di aiutare la monarchia del Golfo, fortemente dipendente dal greggio, a potenziare il settore nucleare e a diventare un esportatore di uranio.

Inutile dirlo, un’Arabia Saudita dotata di missili e atomica rischia di generare un effetto domino tra gli altri attori regionali, Iran in primis, complicando non poco l’equilibrismo diplomatico di Washington. Nemmeno per Riyad sarà tutto in discesa. Secondo il think tank Merics di Berlino, “i leader sauditi non credono che la Cina possieda le capacità necessarie per fornire un’alternativa credibile all’ombrello di sicurezza statunitense in Medio Oriente. Né la Cina, tendenzialmente evasiva quando si tratta di sicurezza nazionale altrui, è strategicamente motivata a farlo”.

Non potendo contare unicamente sul gigante asiatico, l’Arabia Saudita sta già cominciando a controbilanciare le sinergie con Pechino coinvolgendo altri interlocutori minori: soprattutto India, Brasile, Sudafrica e Turchia. Lo scacchiere regionale si affolla e la Cina non ci sta a cedere il proprio posto in prima fila.