Politica

Giorgia Meloni nel passaggio dal comizio al governo: in tilt

Francamente avremmo dovuto prevederlo: Giorgia Meloni, come Matteo Salvini, come Silvio Berlusconi (prima che gli anni e la vita non lo trasformassero nella patetica caricatura di un caimano impagliato), sono tutti animali da campagna elettorale. Tipi che danno il meglio di sé nell’intercettare consensi, perseguiti con la sensibilità del grande imbonitore. Ma per nulla a proprio agio nel momento in cui si deve passare dal comizio alla gestione delle complessità di governo.

Forse anche da questo nasce la palese ammirazione della puffetta mannara per l’algido banchiere Mario Draghi, il Migliore dei Migliori, che ha saputo conquistarsi il plauso di Confindustria e dei quotidiani padronali quale luminoso esempio di eccellenza primo-ministeriale, non facendo assolutamente nulla che potesse ascriversi a risoluzione di qualsivoglia problema reale. Infatti, dato che ormai siamo sprofondati nel peggio della società dello spettacolo, il punto saliente non è più governare bensì emozionare, distrarre, proiettare immagine. Ricetta che la nuova premier applica “rigorosamente” (il discorso pubblico come la pasta De Cecco?) mettendo nella pentola palesi insulsaggini quali l’aggettivazione dei sostantivi di genere o l’abolizione delle mascherine negli ospedali; esibendo machisticamente i propri bicipiti caratteriali alla bella statuina Debora Serracchiani, che ne è palesemente sprovvista (secondo lo standard Pd).

Operazione mimetica che funziona al meglio in presenza di adeguate campagne mediatiche di adulazione: se il migliorismo draghiano aveva trovato la sua profetessa in Lilli Gruber, ora l’eccezionalismo meloniano incontra la propria cheerleader in Concita De Gregorio (la giornalista-birignao in estasi di fronte al discorso della corona a Palazzo Madama del/della neo-presidente il 25 ottobre scorso. Tanto da dedicarle un peana su Repubblica: “Una fuoriclasse. Lei è di destra. Certo, che ha fatto un discorso di destra. Impeccabile, tuttavia. Convinto, competente, appassionato, libero, sincero”). Sicché – a conti fatti – è abbastanza facile prevedere che con il cambio di maggioranza governativa continuerà l’andazzo della sepoltura dei problemi sotto una catasta di artifizi retorici. E poi – se le cose dovessero andare proprio male – si potrà sempre prendersela con Giuseppe Conte e i Cinquestelle.

Questo per quanto riguarda la politica nazionale e le sue prospettive (scoraggianti). Ma c’è anche l’aspetto generale della fenomenologia di Destra a partire dal secolo scorso. Se in precedenza era prevalentemente il partito della conservazione, con il compito di inseguire la Sinistra e boicottarne/incepparne i programmi di cambiamento; a partire dalla sconfitta dei Totalitarismi, la Destra internazionale e i suoi think tanks americani si sono specializzati nel mettere a fuoco strategie di conquista del potere. Soprattutto alla fine degli anni Settanta con il successo planetario del duo Reagan-Thatcher. Conquista del potere per fare che cosa? Semplicemente gratificare con importanti trasferimenti di ricchezza i propri sostenitori e smantellare le precedenti realizzazioni sociali; per mettere in crisi l’alleanza newdealistica-welfariana tra ceti medi – personale pubblico – partiti socialdemocratici; fondata – diceva Jürgen Habermas – sui “diritti sociali stecche del corsetto della cittadinanza”.

Per il resto, una totale assenza di capacità propositiva che risalta immediatamente nel calderone programmatico esposto da Giorgia Meloni. A partire dalla lampante contraddizione sottolineata domenica scorsa sul Fatto cartaceo da Fabrizio Barca: lo sbandierato ritorno alla centralità del Politico, a fronte di un programma NeoLib che presuppone la subalternità del Politico all’Economico (la tesi “non disturberemo chi vuol fare”. Anche inquinare o parcheggiare l’azienda in Olanda per evadere il Fisco?).

Per il resto, una sconcertante tiritera di luoghi comuni, che strizzano l’occhio alle varie componenti dell’aggregato sociale con cui Fratelli d’Italia ha vinto le elezioni: il mito ottocentesco del mercato autoregolantesi e l’indegna equiparazione “reddito di cittadinanza – fancazzismo” per gratificare i padroncini del Nord; la promessa del “presidenzialismo dell’uomo della provvidenza al comando” come placebo per un ceto medio impaurito; il silenziamento dell’antifascismo costituzionale a blandizia delle ultime raffiche del mussolinismo.

Un tempo si diceva che la Sinistra leggeva solo libri di sinistra mentre la Destra non leggeva. A questi bastano solo i tweet dei propri assistenti per comparsate nei talk o sui social (vulgo, “la Bestia”).