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Ucraina, il tempo sta per scadere e il baratro è sempre più vicino

Pare davvero paradossale che sia stato un bugiardo matricolato e seriale come Silvio Berlusconi l’unico esponente dell’establishment italiano a dire cose vere sul conflitto ucraino, a cominciare dalle sofferenze del popolo del Donbass che da oltre otto anni è assoggettato ad offensive militari e crimini che non sono meno colpevoli di quelli compiuti dai Russi, ma li hanno preceduti e si sono ripetuti nella completa indifferenza della comunità internazionale, preparando il terreno dell’offensiva di febbraio e dell’inizio della guerra.

Quest’ultima, com’è evidente perfino ai sassi, ma non agli esponenti della nostra classe politica, si è rivelata un’occasione d’oro per la classe dominante statunitense, che ha decuplicato i propri profitti sul piano delle vendite di armamenti e su quello del mercato energetico, imponendo i suoi prodotti molto più cari ed inquinanti, e, sul piano politico, pur nel crescente isolamento internazionale ha saputo piegare ogni velleità di autonomia dell’Europa che si trova ad affrontare, ed è solo l’inizio, una disastrosa crisi economica e sociale cui arriva peraltro in ordine sparso, come dimostrato dalle scelte della Germania di dar vita a un proprio scudo di difesa economica e sociale (Abwehrschirm) forte di oltre 200 miliardi di euro di spesa e dal naufragare di ogni tentativo velleitario di porre un tetto al prezzo del gas.

Come dimostrano i sondaggi, il popolo italiano nella sua grande maggioranza è ben consapevole di questa situazione e chiede l‘interruzione del sostegno militare all’Ucraina e l’avvio di un vero negoziato, ma si scontra con la dabbenaggine e sordità della classe politica, pressoché unanime nel perseguire ciecamente l’autodistruzione del Paese conferendo il comando in capo al malfermo Joe Biden, all’invasato Jens Stoltenberg e all’avventuriera prussiana Ursula Von der Leyen. Mario Draghi, dal canto suo, ha ribadito fino all’ultimo il proprio incondizionato appoggio alla politica della guerra, mediante la quale la Nato, vera parte in causa, si illude di poter piegare la Russia. Giorgia Meloni, continuatrice su questo come altri piani del governo dei Migliori, non è da meno ed ha fatto dell’atlantismo a prescindere la propria bandiera, alla faccia della sovranità nazionale, di cui il sovranismo sbandierato a sproposito dai fratelli italioti costituisce un’indegna e menzognera caricatura.

La situazione sul campo è sempre più pericolosa. Volodymyr Zelensky ha chiarito apertis verbis come non intende negoziare con la Russia, evidentemente su precisa istigazione di una parte del governo statunitense, che appare spaccato e incerto sulla linea da portare avanti, ma non manca di ammassare in modo confuso e incoerente tasselli in direzione del conflitto globale e aperto, come dimostrato da ultimo dal dispiegamento di truppe scelte statunitensi ai confini stessi della Russia.

Si tratta della stessa fazione guerrafondaia, apparentemente egemone nel Partito democratico statunitense e su parte di quello repubblicano, che ha voluto pervicacemente lo scontro con la Russia per mezzo dell’Ucraina, come dimostrato dalle pressioni su Zelensky, dirette e per mezzo dei neonazisti ucraini, affinché, come rivelato dall’Economist, respingesse ogni proposta di neutralità che avrebbe fatto dell’Ucraina, nella salvaguardia della sua sovranità, un Paese prospero e pacifico in grado di svolgere un ruolo effettivo di ponte tra Est ed Ovest, con grande beneficio dei suoi sfortunati cittadini. E affinché venisse sabotato il progetto di autonomia delle regioni orientali, in particolare del Donbass, incarnato negli Accordi di Minsk I e II, cui da parte di Kiev, sempre istigata da Washington e dai propri settori neonazisti, coi bombardamenti indiscriminati e le violazioni massicce dei diritti umani che sono andate avanti, contro la parte russofona del Paese, dal 2014 fino al 2022, determinando la base dell’invasione russa del 24 febbraio.

Quest’ultima va certamente condannata, ma se vogliamo evitare la catastrofe e recuperare le ragioni della pace occorre fermare l’escalation e rilanciare un negoziato vero, i cui elementi centrali sono presenti in vari appelli formulati in questi giorni e ripresi dal Fatto Quotidiano, come quello degli ex diplomatici, quello degli intellettuali ed altri ancora, che vedono al loro centro due elementi che io stesso avevo nel mio piccolo proposto già da tempo, e cioè la neutralità dell’Ucraina, da un lato, e l’autodeterminazione dei popoli delle regioni contese (Crimea e Donbass) dall’altro.

Qualche segno di resipiscenza delle classi dominanti europee è dato oggi cogliere nelle più recenti dichiarazioni di Sergio Mattarella, di Emmanuel Macron e soprattutto nel voto del Bundestag tedesco che ha bloccato il trasferimento di armi pesanti all’Ucraina. Ma non basta. Occorre raddoppiare gli sforzi per far pesare sui governi europei il peso del movimento della pace, che in Italia dovrà esprimersi in modo molto chiaro nella manifestazione del 5 ottobre, evitando l’inquinamento da parte di posizioni ambigue come quelle del guerrafondaio Letta e simili.

Occorre che il Vaticano e la Cina, dove Xi Jin Ping esce indubbiamente rafforzato a livello interno ed internazionale dal recente congresso del Partito comunista, uniscano i propri sforzi a quelli della grande maggioranza dei governi di Asia, Africa, America Latina, e dei popoli dell’intero pianeta che vogliono la fine della guerra. Tempo non ce n’è molto e il baratro si avvicina purtroppo a velocità impressionante.