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Ucraina, il partito della guerra a Mosca e Kyiv che preoccupa il Vaticano

Quanto più si avvicina la data del 5 novembre tanto più si diffonde un nervosismo aggressivo negli ambienti che, per dirla all’americana, sono “only-war-oriented”, cioè predicano solo la guerra a oltranza.

La manifestazione, che ha raccolto l’adesione di parecchie centinaia di associazioni grandi e piccole, dà finalmente forma alla “linea Francesco”, una linea tesa ad affrontare con razionalità la catastrofe della guerra e ad evitare decisamente l’incubo di un incidente nucleare.

Gli oltranzisti dell’escalation, da mesi, stanno coprendo di epiteti denigratori chiunque presenti un’analisi differenziata: filo-putiniani, utili idioti, “partito della resa”. E tuttavia – anche in seguito all’impatto pesante che le sanzioni alla Russia provocano sulla situazione economica in Italia e in Europa – sta crescendo nell’opinione pubblica la richiesta di un cessate il fuoco, accompagnata dalla volontà di sapere quali siano gli obiettivi precisi del conflitto.

Non c’è dubbio che alla manifestazione si sia arrivati in ultima analisi grazie alla tenace insistenza con cui papa Bergoglio e il mondo cattolico hanno posto vari problemi: le radici del conflitto, il suo essere diventato da subito uno scontro di portata geopolitica tra Nato e Russia, l’insensatezza di un conflitto a oltranza, l’importanza di un riassetto degli equilibri a livello mondiale. Sono temi che la strategia di guerra psicologica, impostata dagli Stati Uniti e dalla Nato, non vuole minimamente che siano toccati.

Eppure proprio l’analisi fattuale della situazione internazionale è il tasto su cui non cessano di battere esponenti vaticani e del mondo cattolico. Quando Andrea Tornielli, del Dicastero vaticano della Comunicazione, sottolinea il prevalere di un “pensiero unico” dove “tutti sembrano essersi messo l’elmetto”, in un’atmosfera in cui si respira l’incoscienza di ritenere quasi inevitabile scivolare nell’abisso nucleare, descrive con precisione il panorama politico prevalente.

Non dimentichiamo che in Italia il corrispondente Rai dalla Russia, Marc Innaro, è stato eliminato dalla sede di Mosca e trasferito alla sede del Cairo per il semplice fatto di avere mostrato in un talk show la cartina dell’espansione della Nato nell’Europa orientale.

I vescovi italiani, ha detto il presidente della Cei cardinale Matteo Zuppi, faranno di tutto perché l’appello del papa per il cessate il fuoco “non cada nel vuoto e sia seguito da iniziative seriamente esplorative” per arrivare ad un accordo di pace. Il nodo, ha sottolineato, sta nel rimuovere le cause del conflitto, che “non sono solo da una parte!”. Putin deve ritirarsi, ma “se non sono risolte le radici, si generano altri conflitti”.

Per fare un esempio concreto, qualche inviato dei grandi giornali accenna con prudenza che gli abitanti russofoni (in pratica russi) del Donbass non si sentono rappresentati dal governo di Kyiv. E’ un dato di fatto che è inutile nascondere.

L’Avvenire, il giornale dei vescovi, è in prima linea in questo sforzo di analisi, che più che “pacifista” bisognerebbe chiamare razionalista. Alt al partito della guerra è il titolo di uno dei recenti editoriali dell’Avvenire. Perché – scrive Fulvio Scaglione già vicedirettore di Famiglia Cristiana con una solida esperienza di inviato sul campo e di corrispondente – il partito della guerra a oltranza domina la scena. A Est e a Ovest. Esiste naturalmente in Russia, negli ambienti che spingono Putin verso una guerra totale. Ma esiste anche a Kyiv, dove Zelensky e i suoi “non hanno sentito ragione, confidando nell’appoggio incondizionato degli Stati Uniti e nella spinta di Polonia, Regno Unito e Baltici, i paesi che più di tutti in Europa vogliono cogliere l’occasione per tagliare le unghie all’orso russo”.

Certo, ribadisce il giornale dei vescovi, “sappiamo chi è l’aggressore e l’aggredito. Ma ripeterlo senza fare nulla è ormai un mantra autoconsolatorio”. Fermare l’inutile strage è urgente.

La posizione papale e del cattolicesimo che lo segue è articolata. Parte dal fatto che la guerra, di cui Putin è assolutamente responsabile, non era inevitabile. Negli ambienti della Santa Sede e della Cei si deplora soprattutto che Italia, Germania e Francia non siano capaci di assumere una posizione per aprire una strada di negoziato, stante anche i dubbi sul prosieguo della guerra che affiorano negli Stati Uniti e le crescenti difficoltà in cui è immerso Putin.

Nel discorso pubblico nessuna forza politica, fautrice del nebuloso programma “escalation fino alla vittoria”, ha il coraggio di attaccare frontalmente Francesco. Tutt’al più scantonano, dicendo “cos’altro può dire un pontefice?”. Qualche commentatore sussurra velenosamente che le posizioni di Bergoglio sono “nobilissime astrazioni”.

Ma i fatti restano fatti. Non a caso Avvenire mette in luce che c’è stata una caduta nel ruolo dell’Italia (in parole più semplici, una défaillance di Mario Draghi), perché la politica estera italiana in passato era sempre stata capace di “integrare, in chiave europea e mediterranea, la politica americana”. Ed è un vuoto grave.

Non sfugge al Vaticano che il presidente americano Joe Biden sta affrontando la situazione in modo prudente e razionale: nelle forniture militari a Zelensky ha mantenuto la differenza tra armi difensive e armi offensive a largo raggio, ha dissuaso più volte Kyiv a portare attacchi in territori della Federazione russa, ha fatto trapelare che in caso di uso da parte di Putin di armi nucleari tattiche la risposta americana sarebbe devastante ma non nucleare.

C’è spazio quindi, come dice Andrea Riccardi, leader della Comunità S. Egidio, per lavorare ad una “prospettiva di un cessate il fuoco e una sistemazione della situazione”. Certo, aggiunge lo storico cattolico, ci sono le difficoltà corpose: la “durezza russa, il decreto ucraino contro chi negozia”.

Ma a questo punto si apre un interrogativo politico per l’Europa che in termini economici sta cominciando a pagare un prezzo altissimo a causa del conflitto: se Stati Uniti, Nato e Ue sono cobelligeranti (anche se “non combattenti”) essenziali per l’Ucraina nel conflitto con la Russia – talmente essenziali che senza il loro aiuto le forze ucraine avrebbero dovuto soccombere – a che titolo Kyiv decide in modo solitario che non si tratta finché Putin resta al potere?