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Guerra Russa-Ucraina, la vita sospesa degli sfollati di Leopoli in un’atmosfera surreale

Con il termine “sfollati interni” si indicano tutte quelle persone, o gruppi di persone, che sono state forzate o obbligate a fuggire o a lasciare le loro abitazioni o i luoghi abituali di residenza, in particolare in conseguenza ad un conflitto armato o per evitarne gli effetti di situazioni di violenza generalizzata, di violazioni dei diritti umani o di disastri naturali o provocati dall’uomo, e che non hanno valicato un confine di Stato internazionalmente riconosciuto.

La città di Lviv, conosciuta ai più col nome di Leopoli e situata nel nord ovest dell’Ucraina, oggi è luogo di rifugio per chi scappa dalla guerra. Dopo aver subito alcuni attacchi diretti come conseguenza del conflitto in corso nel Paese iniziato lo scorso 24 febbraio, nelle ultime settimane Lviv è la città degli sfollati. Al 3 giugno 2022, nella regione erano registrati ufficialmente 242.000 sfollati interni, tra cui 75.000 bambini, 110.000 persone in età lavorativa, oltre 30.000 pensionati e 8.000 persone con disabilità. Tuttavia, il numero di sfollati interni che vivono nella regione di Lviv è molto più alto. A maggio 2022, il governo regionale stimava un numero totale di 500mila sfollati interni.

La vita di una persona sfollata è una vita sospesa. Un limbo tra il ricordo del luogo e di ciò che si è lasciato e l’attesa e l’incertezza del poterci tornare. Grigorj ha solo 9 anni, ma il suo sbattere costantemente e ossessivamente le palpebre racconta un’età diversa. Quasi una stanchezza eccessiva per essere così giovane. Insieme alla mamma è fuggito dalla città di Izyum, nella regione di Kharkiv, est dell’Ucraina. Grigory è uno sfollato interno. Per settimane la sua città è stata costantemente sotto attacco e per qualche tempo è stata occupata dalle forze militari russe. Già all’inizio della guerra erano saltate l’elettricità, il gas, l’acqua e le comunicazioni. La famiglia di Grigorj, come il resto dei residenti, era costretta a cucinare il cibo in cortile utilizzando il fuoco di un falò. Un giorno, mentre stava tornando a casa, una bomba è stata sganciata sul loro giardino.

La mano e la testa di Grigorj mostrano ancora i segni di quell’attacco. Venne portato rapidamente nel seminterrato, adagiato su delle lenzuola e portato nel rifugio antiaereo. Poi fu portato all’ospedale centrale, che a quel punto era già stato distrutto, ma nel seminterrato c’erano dei medici che prestarono a Grigorij i primi soccorsi. Le sue condizioni di salute stavano peggiorando e la sera venne portato a Slovyansk, mentre fuori continuavano a bombardare e lanciare missili. Dopo circa una settimana di rianimazione è stato trasferito nel reparto di chirurgia dell’ospedale di Dnipro, dove è rimasto per circa 3 settimane, per poi raggiungere Lviv con un treno. Chiude e riapre gli occhi con una velocità incalcolabile; “è il trauma della guerra”, raccontano gli operatori ed operatrici umanitarie che assistono le famiglie sfollate nel centro di accoglienza dove si trovano Grigorj e sua mamma.

Qui Intersos, dal mese di aprile, ha avviato la sua attività umanitaria collaborando con una associazione locale. Nel caso specifico, l’Ong si è impegnata nella distribuzione di cibo e beni di prima necessità, assistenza legale, psicologica e medica nel centro rifugio adibito dalle autorità locali per accogliere gli sfollati interni.

A differenza dei centri di accoglienza allestiti nei Paesi confinanti per dare supporto ai rifugiati in fuga dall’Ucraina – come la Polonia, la Moldavia, l’Ungheria, la Romania e la Slovacchia – quelli che ospitano gli sfollati interni di Lviv sono spesso spazi di media grandezza come palestre, appartamenti di palazzi, chiese, biblioteche o altre strutture di servizio pubblico. In questo spazio, situato nel seminterrato di una palazzina residenziale a pochi km dal centro della città, vivono ad oggi circa 350 persone, la maggior parte donne e bambini. Provengono quasi tutte dalle regioni di Luhansk e Donetsk, luoghi dove l’intensità del conflitto è andata incrementandosi negli ultimi tre mesi. “Mi chiamo Natalya, siamo partiti il 28 aprile da Kherson. È stato un viaggio molto difficile per noi. I nostri figli, quando sono arrivati i russi, erano terrorizzati”, così si presenta Natalya, accompagnata dal figlio più piccolo che non smette di abbracciarla alle gambe, all’altezza del ginocchio. “Mio marito e io abbiamo visto i russi entrare, li abbiamo sentiti gridare. Abbiamo sentito le case esplodere”.

Natalya e i sui figli, così come molte altre donne e madri presenti nel centro, raccontano di quanto sia stato doloroso per loro prendere la decisione di partire, lasciare tutto, cose e persone, la propria casa e dirigersi verso la città degli sfollati. La maggior parte di loro ha resistito finché ha potuto, anche tre, quattro mesi sotto gli attacchi missilistici. Poi però la vita, tua e dei tuoi figli, ti chiede di essere salvata e si sceglie di partire. Pochi bagagli, poche cose essenziali, un po’ per la fretta della fuga e un po’ perché quello che si vuole realmente è tornare presto. Su quei pochi beni messi via nello zaino, ci si getta sopra tutta la speranza possibile affinché la guerra finisca.

A circa venti minuti di auto dal centro-rifugio per le famiglie sfollate, si trova l’ospedale pediatrico di Lviv. Il Western Ukrainian Specialized Children’s Medical Center è rimasto l’unico ospedale in tutta l’Ucraina che cura bambini ammalati di tumore o di malattie croniche. Nonostante l’assenza momentanea di attacchi sulla città, la sirena antiaerea suona spesso, anche più volte durante una settimana o in uno stesso giorno. Ciò significa che i bambini ricoverati vengono portati a braccio giù per le scale che portano allo scantinato. Medici e infermieri sono costretti a mettere al riparo i pazienti ogni volta che suona l’allarme.

Per rendere vivibile il seminterrato, Intersos si è occupata di riabilitare e metterlo in sicurezza in caso di attacco. “Sono stati centinaia i minori con patologie diverse trasferiti da noi dall’inizio della guerra”, racconta il dottor Ihor Savchak, “alcuni di loro sono stati poi a loro volta trasferiti in Polonia e da lì in altri ospedali europei, perché un contesto di guerra mette a rischio le cure costanti necessarie per i pazienti”.

La vita a Lviv prosegue in un’atmosfera surreale, quasi di attesa e di silenzio. Tutto sembra procedere nella normalità, come non fosse una città di un Paese con la guerra dentro i propri confini. La sospensione del tempo lascia spazio per credere che tutto questo un giorno finirà. “Immaginate di essere un bambino o una bambina malato di tumore, di dover fare continui cicli di chemio, condividere lo spazio della propria stanza da letto con flebo e macchinari medici di vario genere. Immaginate di essere svegliati nel pieno della notte dal suono della sirena antiaerea e di dover trovare riparo. Immaginate di dover fare tutto questo costantemente da mesi, questa è la vita dei nostri pazienti”.