Cultura

Summer Exhibition 2022, la mostra della Royal Academy of the Arts di Londra: il limone ammuffito (ma tempestato di gemme) vale da solo il prezzo del biglietto

La mostra nel suo insieme è colorata, piena di opere di ogni forma e dimensione e prima di andare via, con 350 sterline si può addirittura portare  a casa un vaso di fiori avvizziti dimostrando così tutta la propria indignazione per le sorti del pianeta Terra

Il pezzo numero 352 vale il prezzo del biglietto. Il grande limone giallo tempestato di schegge di agata, malachite rossa, quarzo rosa, giada, perni di acciaio, madreperla, osso, vetro, onice, ematite realizzato da Kathleen Ryan ed intitolato “Bad Lemon” è l’opera che si è conquistata la locandina della Summer Exhibition 2022 della Royal Academy of the Arts di Londra. Il tema scelto per l’edizione del ritorno alla normalità è “la verità sul clima”, in ogni sua declinazione e questo limone che ammuffisce a base di pietre preziose, a trasformare la marcescenza in una illusoria bellezza, racchiude in sé tutto il senso dell’esposizione. L’edizione numero 253 della mostra espone circa 1.500 opere realizzate da artisti affermati e dai giovani emergenti che hanno frequentato la storica accademia londinese. Solo qui, a livello europeo, studenti promettenti ed appassionati possono frequentare un corso triennale post laurea totalmente gratuito e finanziato grazie ai fondi raccolti anche con la Summer Exhibition, che si tiene ininterrottamente dal 1769.

Per gli amanti del genere, la Royal Academy of the Arts è la scuola agognata da Benedict, uno dei fratelli Bridgerton, che riesce ad essere ammesso e a frequentarla, come allievo, nella seconda edizione della famosa serie di Netflix. Consapevole del successo della saga della nobile famiglia inglese, la stessa Accademia, lo scorso 25 di Marzo, ha salutato la citazione del sequel con un post compiaciuto e pubblicato su Twitter: “Se Bridgerton vi ha portati qui, benvenuti”. Insomma, purché sia, basta che veniate a trovarci, magari lasciando una donazione. Sì, perché la RA è una associazione che non gode di finanziamenti pubblici e vive grazie alla raccolta di fondi e alla vendita delle opere come quelle esposte ora, tutte selezionate con quella finalità. C’è tempo fino al 21 agosto, giorno di chiusura di questa edizione che, va detto, risulta abbastanza divisiva. Severe alcune critiche mosse dagli esperti di quotidiani come il Guardian e l’Evening Standard che non hanno apprezzato la “monocromia” dell’offerta artistica ispirata al tema suggerito quest’anno.

Per i delatori dell’edizione coordinata da Alison Wilding sotto la guida del Ceo Axel Ruger, la selezione delle opere non sarebbe stata in grado di andare oltre quello che può essere riassunto dal messaggio scritto a chiare lettere su uno dei quadri: “The world is fucked”. Il problema è che per dire quanto a tutti è ormai chiaro (e le temperature di questa torrida estate stanno a ribadirlo), nessuno sarebbe riuscito ad esprimere un guizzo nuovo, capace di andare oltre alle foreste in fiamme o alle montagne di rifiuti, inanellando così solo un susseguirsi di disastri annunciati e già in essere. La novità di quest’anno, però, è rappresentata dal matrimonio tra architettura, finora mai presente e arte classica fatta di quadri, installazioni e sculture. Ma anche qui, è un ritornello fatto di devastazioni e di rifugi, come quelli di bambù contro le alluvioni realizzati, in maniera fedele a quelli usati nel suo paese, dall’architetto bengalese Marina Tabassum. “Il Bangladesh è una prima linea dell’emergenza climatica”.

I co-curatori, Níall McLaughlin e l’artista Rana Begum hanno incentrato la scelta architettonica sulla lotta al riscaldamento globale fornendo esempi di azione positivi. A loro disposizione due intere gallerie dove si possono trovare strutture costruite usando le deiezioni degli elefanti, come la torre premiata nel 2019 con il Royal Academy Dorfman Prize per L’Architettura, realizzata dal tailandese Boonserm Premthada per offrire uno stimolo ad usare nuovi materiali per le costruzioni e fare così la propria parte. La materia prima, per evitare costi di trasporto, è stata prodotta dagli elefanti dello zoo di Colchester e mischiata a calce idraulica. La speranza, secondo i curatori, deve nascere dalla creatività capace di generare una diversa offerta, un’alternativa agli errori del passato. In esposizione è possibile trovare anche la proposta di Wenn Yates che suggerisce l’utilizzo di travi ottenute riciclando materiale di risulta: tutto ciò che resta dei cantieri di Londra, incentivando i prodotti low-carbon.

Coinvolto anche l’esterno della Burlington House con una installazione realizzata dalla vincitrice del premio dell’Architettura del 2020, Cristina Iglesias, che ha portato un mini labirinto di acqua e vegetazione spontanea. Humphrey Ocean è uno degli artisti più celebri che espongono quest’anno e la sua opera semi-astratta, “Blue car”, è in vendita per 42mila Sterline. Così come per 95.000 Sterline ci si può aggiudicare “Untitled”, il motore usato di un grande jet esposto da Roger Hiorns e adagiato sul pavimento, lì, in tutta la sua denuncia. C’è anche una campana di bronzo, che i visitatori possono suonare per ricordare le vittime del Covid, a fare capolino tra le palme di pneumatici bruciati e il simbolo per eccellenza della catastrofe climatica: i poveri orsi polari, pronipoti dell’emergenza che fu prima dei panda. La mostra nel suo insieme è colorata, piena di opere di ogni forma e dimensione e prima di andare via, con 350 sterline si può addirittura portare a casa un vaso di fiori avvizziti dimostrando così tutta la propria indignazione per le sorti del pianeta Terra.

Foto: RoyalAcademy.org