Economia & Lobby

Con la siccità rispuntano gli appetiti per la privatizzazione dei servizi idrici. In Usa e Gb è stato un disastro

Dopo la privatizzazione del 1989 il costo dell'acqua in Gran Bretagna è salito del 40% più dell'inflazione. Tanti dividendi agli azionisti, nuovi debiti ma nessun miglioramento del servizio. Tariffe impazzite anche negli Stati Uniti. Gli acquedotti italiani necessitano di investimenti ma la vendita ai privati non sembra davvero la soluzione giusta

Come hanno ben insegnato gli ultimi decenni ogni crisi può diventare una buona occasione per rosicchiare qualcosa alla comunità, sotto forma di diritti o ricchezze. Ora siamo alle prese con una drammatica crisi idrica e qualcuno inizia, di nuovo, a parlare di privatizzazione dei servizi idrici come via per risolvere il problema. Ragionamento derivato: “All’acqua bisogna dare un prezzo ed affidarsi al mercato”. Che poi “il mercato”, fallendo clamorosamente nel prezzare le esternalità negative ambientali, abbia contribuito a portarci nel pieno di una crisi climatica viene dimenticato. Nel 2011 l’ingresso dei privati anche nell’acqua fu rifiutato dalla popolazione che, anche su questo, si espresse tramite referendum. Non va dimenticato che nella lettera inviata al governo italiano nel 2011 il presidente della Banca centrale europea Jean Claude Trichet e il suo successore in pectore Mario Draghi chiedevano nuove privatizzazioni a cominciare dai servizi pubblici locali. Il governo aveva provato ad inserire un grimaldello per forzare il sistema nella prima versione del disegno di legge sulla concorrenza (art. 6). In sostanza gli enti locali avrebbero dovuto giustificare il mancato ricorso al mercato identificato come la soluzione ottimale in vista di un riordino del settore. Dopo mesi di proteste e mobilitazioni la disposizione è stata annacquata nel passaggio al Senato. Ma ora, con i fiumi a secco e le misure straordinarie per contingentare l’acqua, l’occasione torna propizia e spuntano i primi interventi che rilanciano il ricorso ai capitali privati.

Beninteso, gli acquedotti italiani, soprattutto in molte zone del centro e del mezzogiorno, necessitano di importanti interventi. Il problema della dispersione idrica è cronico e grave. In media per ogni litro immesso nelle tubature ne arriva a destinazione poco più di mezzo. In media il 41% dell’acqua viene perso per strada. In Sicilia si sale al 49%, in Sardegna al 59% e in Lazio e Molise addirittura oltre il 60%. Per contro regioni come Lombardia o la provincia di Bolzano mantengono la quantità di acqua persa nel tragitto intono al 15-20%. Se l’acquedotto di Milano riesce a portare nei rubinetti l’86% dell’acqua immessa, a Napoli si scende al 65%, a Roma al 62% e a Messina e Cagliari a circa il 40%. Probabilmente per vendere a qualcuno le reti più malandate servirebbe anche una qualche dote a carico dello Stato.

L’Arera, l’autorità che vigila anche sui servizi idrici, segnala un lievissimo miglioramento della situazione negli ultimi anni ma nulla di risolutivo. Una spinta potrebbe arrivare dai fondi del Pnrr che coprono anche questa voce per cui vengono stanziati 900 milioni di euro di cui 413 milioni per le regioni del Sud. A questi dovrebbero aggiungersene altri 313 milioni attinti dal programma React-Eu. Investimenti che dovrebbero servire per abbassare del 15% il dato medio sulla dispersione. I fondi non sembrano però sufficienti. Secondo le stime di Utilitalia servono almeno 5 miliardi. Ai ritmi con cui si procede ora per ammodernare tutti i 425mila kilometri di rete servirebbero 250 anni. Attualmente gli investimenti si attestano a circa 32-34 euro per abitante all’anno, mentre la media europea è di circa 100 euro (in Danimarca si arriva a 129 euro). È anche per questo motivo che in Italia l’acqua si paga mediamente poco, le tariffe idriche sono tra le più basse d’Europa. È evidente che, alla luce delle evoluzioni climatiche, serva uno sforzo maggiore, ma è molto dubbio che il ricorso ai privati possa essere la soluzione.

Usa e Gb, privatizzazioni disastrose – Qualche tempo fa il quotidiano The Guardian ha dedicato un approfondimento ai risultati della privatizzazione dei servizi idrici attuata nel 1989 per volontà della premier Margaret Thatcher. I risultati sono disastrosi. Da allora ad oggi le tariffe per i consumatori sono salite del 40% in più rispetto all’inflazione senza che si riscontrassero significativamente miglioramenti della qualità del servizio. Prima di essere cedute ai privati le società idriche furono alleggerite dei loro debiti, posti a carico della collettività. I nuovi proprietari si sono però indebitati complessivamente per 48 miliardi di sterline (56 miliardi di euro), gli interessi da pagare su questi debiti contribuiscono ad alzare le bollette. Per di più la gran parte di questi soldi non sono serviti per investimenti e ammodernamenti della rete.

Agli azionisti delle società idriche privatizzate sono stati però erogati dividendi per 57 miliardi di sterline (67 miliardi di euro). Già nel 2004 il fallimento economico di molte delle privatizzazioni decise in Gran Bretagna, ferrovie in primis, fu ben raccontato nel libro dell’economista Massimo Florio “The Great Divestiture” pubblicato dal Massachusetts Institute of Technology. In merito alla vendita delle società idriche Florio rilevava tra l’altro un’impennata delle tariffe di circa il 45% nei primi 5 anni seguiti alla vendita ai privati. Dagli Stati Uniti arrivano più o meno gli stessi riscontri. I fornitori privati praticano tariffe superiori in media del 59% rispetto a quelle degli operatori controllati dagli enti locali. Dove sono avvenite privatizzazioni le bollette sono cresciute il triplo dell’inflazione con una media del 18% l’anno. Come nel Regno Unito i consumatori sono stati bastonati ma senza che questo si traducesse in un tangibile miglioramento del servizio e delle infrastrutture idriche. Per contro città come Parigi o Barcellona hanno fatto la scelta opposta, riconquistando il pieno controllo dei servizi idrici per perseguire il miglior servizio possibile per i cittadini, sia in termini di qualità sia di costi.