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Niger, un Paese di veri ‘cercatori’

Lo ricordava l’umorista nigerino Mohamed Moustapha Moctari, detto Maman sulle onde di Radio Francia Internazionale. Nel Niger siamo un popolo di cercatori perché tutti ‘si cercano’! Nel francese locale ‘cercarsi’ significa vedere come sbarcare il lunario e cioè la sopravvivenza al quotidiano per sé e la propria famiglia. ‘Cercarsi’ implica creatività, darsi da fare, attivare dei contatti utili per un lavoro precario, occasionale oppure il colpo di fortuna per via di conoscenze prossime o remote. Come in molti altri Paesi africani, pure qui e forse soprattutto qui, vivere e cercare cammina assieme. Siamo un popolo di ‘cercatori’.

Dell’oro per esempio. Nel Paese e in particolare nel Nord, il deserto del Teneré e ai confini col Burkina Faso, si estende un’immensa vena aurifera. In condizioni spesso inumane, tramite pozzi, gallerie e con mezzi talvolta rudimentali, l’oro offre lavoro e speranza di reddito a centinaia di miglia di persone. Si tratta di un lavoro pesante, pericoloso e non sempre all’altezza delle speranze economiche dei cercatori. Certi gruppi armati terroristi profittano di questo lavoro con estorsioni, tasse o minacce. Gli incidenti mortali sono frequenti e tentare una statistica affidabile rasenta la temerarietà. La febbre dell’oro non è finita.

E poi, naturalmente, i migranti. Nigerini, stranieri di passaggio, in transito, di rientro o in attesa di ripartire: c’è un mondo specializzato nella ricerca. Di un mondo e una terra nuova con frontiere che non siano ‘cocci aguzzi di bottiglia’, riprendendo Eugenio Montale di Meriggiare, pallido e assorto. Cercano e ‘si cercano’ e poi difficilmente trovano quanto cercavano, perché nel frattempo il viaggio e le intemperie umane incontrate li hanno resi differenti. Epperò rimangono il prototipo e la metafora di ogni cercatore di altrovi che potrebbero esistere solo si ricominciasse a credere che le utopie sono la cosa più ragionevole della vita.

Però al primo posto ci sono loro, gli sfollati, rifugiati, scacciati e quasi invisibili in alcune regioni del Paese. Risultano colpite da una cinica violenza con pezze giustificative di ideologia religiosa armata in nome di un certo Dio. Cercano, per ora inutilmente, la pace, la possibilità di vivere, coltivare, allevare, mandare i figli a scuola, di curarsi e soprattutto di vivere una vita che non sia scappare da un posto all’altro col terrore che sia l’ultimo. A migliaia cercano acqua, cibo, sicurezza, rispetto, futuro e un Paese che voglia considerarli come cittadini veri e reali di una repubblica degna di questo nome.

Ci sono i giovani che disegnano il futuro sulla sabbia. Le donne che lo inventano sul momento perché i numerosi figli a loro affidati abbiano quanto il destino ha loro preparato. Gli artigiani che fanno, coi piccoli mezzi a loro disposizione, miracoli di creatività, costruzione e riparazioni dell’irreparabile. Ci sono i politici che cercano a mantenersi al potere ad ogni costo e tramite qualunque alleanza. Ci sono i religiosi che cercano ‘clienti’ onde perpetuare un potere in via di graduale estinzione. Ci sono i bambini ‘Talibé’ che cercano ogni mattina il cibo o le piccole monete da portare al maestro-‘marabout’ a cui sono stati affidati. E troviamo, infine, tutto un popolo di contadini che cerca e attende la pioggia per seminare, una volta ancora, il futuro.