Cultura

Gli intellettuali sono morti? In un saggio il rapporto tra cultura e potere nella storia d’Italia

Il volume di Albertina Vittoria, "I luoghi della cultura, Istituzioni, riviste e circuiti intellettuali nell’Italia del Novecento", edito da Carocci, è una storia dell’architettura della cultura italiana e del complesso intreccio di rapporti tra intellettuali e potere. Un libro che aiuta a comprendere perché attribuire importanza a una categoria sociale, oggi, tanto bistrattata

“Il 9 settembre 1909 Giovanni Papini scriveva a Giuseppe Prezzolini: Noialtri due siamo due buoni ragazzi che abbiamo letto qualche libro e che ci siamo montata la testa fino al punto di farcela dolere. Allora c’è venuta la voglia di far qualcosa altro e ora meditiamo qualche nuova impresa, qualche spedizione magellanica, o roba simile. Ma dove? Ma come?”. Parole che rispecchiano in pieno il clima di quegli anni, l’entusiasmo di quei giovani d’avanguardia – e non solo d’avanguardia – che avevano in mente di rompere con quanto apparteneva al passato. Ovvero come Prezzolini sul Leonardo (19 aprile 1903): “Positivismo, erudizione, arte verista, metodo storico, materialismo, varietà borghesi e collettiviste della democrazia”. “Ma dove? Ma come?”, si domandavano i due amici. Certo fuori dall’accademia e dalle università. I luoghi della cultura divennero istituti culturali, biblioteche e circoli filosofici, redazioni di riviste e di case editrici, librerie, e lo scambio di idee non rimase solo all’interno di ristrette élite intellettuali, ma si allargò, uscì fuori dalle accademie e divenne pubblico”.

Il volume di Albertina Vittoria, I luoghi della cultura, Istituzioni, riviste e circuiti intellettuali nell’Italia del Novecento, edito da Carocci, parte da qui. Dai due fondatori de La Voce, dall’invenzione della rivista, che innova profondamente le modalità della comunicazione scritta. La rivista composta da poche pagine, che si può arrotolare e mettere in tasca come un quotidiano, da utilizzare ovunque, per la battaglia delle idee, nella critica polemica contro il potere politico, all’epoca impersonato da Giolitti e dalla sua maggioranza tenuta quasi stabilmente per un quindicennio. Ma anche contro la cultura istituzionale, delle università e delle accademie, delle élite culturali e sociali, in definitiva della cultura dominante del tempo. Il libro di Vittoria parte anche dalle innumerevoli altre iniziative intellettuali, simili e dissimili rispetto all’esperienza vociana, che all’alba del Novecento rompono gli schemi, propongono nuovi strumenti per la diffusione delle idee, nuovi stili di comunicazione giornalistica e culturale, vanno alla ricerca di un pubblico di lettori nuovo e più ampio. È la fase in cui l’intellettuale engagé viene alla ribalta. Abbandona la pratica del costruttore della nazione, che era stata al centro del Risorgimento, l’identificazione con la classe politica liberale al potere, e cerca in modo eccentrico rispetto al potere nuove sponde politiche: reazionaria e nazionalista, ma anche socialista e cattolica. La cultura diventa azione: politica, in primo luogo.

La guerra cambierà tutto. Come scrive Antonio Gramsci, trascorrono cinque anni che sembrano “cinque secoli”. Le giovani avanguardie diventano uomini. È il passaggio alla maturità in una società che sembra completamente mutata. Precedenti solidarietà intellettuali si lacerano, si ricompongono, e si dividono, riflettendo l’estrema polarizzazione sociale e politica del paese. Da un lato i fascisti, dall’altro gli antifascisti. Tra i due un esile, quanto spesso ambiguo, spazio è concesso a coloro che intendono praticare una certa autonomia del sapere dalla politica. I liberali vengono fagocitati dal regime di Mussolini.

Il fascismo porta a compimento un processo che è al contempo di istituzionalizzazione e di iperpoliticizzazione degli intellettuali; appaga il desiderio degli intellettuali di acquisire un ruolo ufficiale nell’elaborazione della cultura e nella costruzione del consenso degli italiani; gli fornisce sovvenzioni di natura economica e nuove strutture per realizzare il loro compito e cristallizzare il loro nuovo status sociale. Li fascistizza, li controlla, ne centralizza la funzione. Mette fuori legge gli intellettuali dissidenti, le loro riviste, le loro organizzazioni. Il sodalizio del regime con gli intellettuali persiste nonostante l’istituzione negli anni Trenta del nuovo sistema di censura libraria e periodica, e il baratro morale raggiunto con le leggi razziali. Il Manifesto della razza, firmato da illustri scienziati italiani, perfino anticipa di poche settimane l’adozione della legislazione razziale fascista. L’unico intellettuale non ebreo a non compilare le informazioni per il censimento del personale imposto alle istituzioni culturali è Benedetto Croce, che al presidente dell’Istituto di scienze, lettere e arti di Venezia, Luigi Messedaglia, scrive di rifiutarsi di “protestare che non sono ebreo, proprio quando questa gente è perseguitata”.

Con lo scoppio della Seconda guerra mondiale, con l’occupazione tedesca, altre divisioni ricompongono la schiera degli intellettuali italiani, tra chi come Giovanni Gentile sceglie di restare accanto a Mussolini e alla Repubblica sociale italiana, e chi come Giaime Pintor e tanti altri dopo l’8 settembre, dall’antifascismo carsico decidono di passare all’azione cospirativa, aderendo alla Resistenza. Decidere di rinunciare ai propri privilegi, quelli che il regime accordava ai suoi intellettuali, per “contribuire alla liberazione di tutti”.

Il secondo dopoguerra è il teatro di un pullulare di nuove riviste, giornali, istituti, case della cultura che si incanala fortemente dentro le strutture dei partiti politici, in particolare comunista, ma non solo. L’inizio della guerra fredda e l’erezione di nuove barriere che dividono la cultura (e la politica), lo spartiacque del 1956 per gli intellettuali di sinistra, i fermenti e le proteste del 1968, costituiscono tutti momenti periodizzanti che il libro di Vittoria riesce ad analizzare dando conto delle continuità e dei cambiamenti che attraversa l’organizzazione della cultura italiana.

Oggi cosa rimane di quell’epopea degli intellettuali? Verrebbe immediatamente da rispondere, ben poco. I pessimisti sullo stato di salute dell’intellettuale in Italia sono soliti mettere l’accento sull’irrilevanza della categoria, stretta ormai tra l’intellettuale-esperto incapace di adottare una visione d’insieme, l’intellettuale polemista, intrattenitore e saltimbanco televisivo, l’intellettuale relegato alla Terza pagina, distaccato dai problemi del presente, e l’intellettuale organico allo status quo. E forse hanno, almeno in parte, ragione. Ma di fronte alla crisi della politica italiana, e al bisogno di competenze forti per far fronte alle enormi sfide dell’oggi, da quella climatica a quella sociale, essere ottimisti è d’obbligo. E pensare a nuove forme di impegno e valorizzazione degli intellettuali nell’agorà appare come un dovere. La ricostruzione storica di Albertina Vittoria della storia dell’architettura della cultura italiana, e del complesso intreccio di rapporti tra intellettuali e potere, ci aiuta anche a comprendere perché attribuire importanza a una categoria sociale, oggi, tanto bistrattata.