Società

24 maggio, la Leggenda del Piave e una domanda: “Quanti italiani oggi sarebbero disposti a combattere per la Patria?”

Un dato è certo, l’Italia ha vinto una Guerra e quattro mondiali di calcio. Una vittoria, quella nella Grande Guerra (1915-1918), che costò all’Italia il sacrificio di 650mila uomini e donne che persero la vita, ma con cui riconquistò i territori del nord-est di Trento e Trieste. Un esercito di giovani (mitica la cosiddetta “Classe di ferro”, i ragazzi del 1899) che spesso non parlavano nemmeno la stessa lingua, ma uniti da un forte senso della Patria, almeno a leggere le lettere che “i fanti” inviavano a casa e le parole delle canzoni che si intonavano al fronte.

E cosa c’è di più patriottico della “Canzone del Piave” o della “Leggenda del Piave”? La canzone scritta da un compositore napoletano che si firmava E.A. Mario (pseudonimo di Giovanni Ermete Gaeta), composta dopo la battaglia del solstizio (come la definì Gabriele D’Annunzio) del giugno 1918, combattimento che porterà l’Italia alla vittoria finale.

Leggenda del Piave o Canzone del Piave di E.A. Mario “Il Piave mormorava Calmo e placido, al passaggio dei primi fanti, il ventiquattro maggio”

Parole immortali che hanno accompagnato più di una generazione dai teatri alle trincee, che portarono il comandante supremo dell’esercito, il generale Armando Diaz, a scrivere un telegramma di congratulazioni all’autore: “La vostra Leggenda del Piave al fronte è più di un generale”, vitale per il morale delle truppe. Canzone che entrò a far parte della retorica fascista, è vero, ma che fu anche l’inno dell’Italia dell’Armistizio dal 1943 al 1946. Persino i leghisti negli ultimi anni se ne sono impossessati, Umberto Bossi nel 2008 chiese di ripristinarlo (al posto del “Canto degli italiani” di Goffredo Mameli) e Luca Zaia ne ha fatto una bandiera autonomista e identitaria quando parla de “lo spirito del popolo del Piave”, rimpiazzando il tricolore con il Leone della Serenissima, dimenticando che a combattere c’erano calabresi, pugliesi, toscani, siciliani, abruzzesi, laziali, etc… Non solo veneti naturalmente.

“Voliamo la pace”, qualcuno scrisse in maniera sgrammaticata su qualche muro della linea del Piave; ma per arrivare a quella pace si è dovuto resistere e combattere. “Ma quanti italiani oggi combatterebbero per la Patria, per l’Italia?”. Tra tutti i sondaggi che circolano in questi giorni sarei curioso di leggere le risposte a questo quesito. Sappiamo che gli italiani per il 68% auspicano al più presto una tregua e solo un 25% si dice favorevole a un supporto militare all’Ucraina (Demopolis – Otto e Mezzo – 18 maggio 2022). In un altro sondaggio abbiamo appreso che “Draghi piace di più quando mette l’accento sulla pace” al 64% degli intervistati (Ipsos – 16 maggio 2022), ma quanti tra gli italiani imbraccerebbe un fucile per difendere i confini italiani? Dubito che in molti lo farebbero, visto che l’Italia da quasi 20 anni (23 agosto 2004) ha eliminato il servizio militare obbligatorio e ha un esercito che non arriva a 100 mila unità.

Non vedo nemmeno tanta voglia di combattere, persino lì a destra, tra i nostalgici, tra gli eredi di coloro che fondarono un regime sul mito di quella “Vittoria mutilata” della prima Guerra. Per Giorgia Meloni & friends il verso della canzone del Piave “Non passa lo straniero” è un migrante che scappa, non un esercito di soldati.

Per ora di invasori non c’è traccia, non c’è un esercito nemico nemmeno all’orizzonte, ma se anche i partigiani depongono le armi, altro che “pronti alla morte” (come canta il nostro inno attuale): dovremmo piuttosto intonare “siam pronti alla resa“.