Cultura

‘Il mio solo tormento’, un canto poetico ricorda l’oscuro passato coloniale italiano in Libia

di Federica Pistono *

Piuttosto rare sono le traduzioni in italiano di opere letterarie provenienti dalla Libia. Ancora più inconsueta appare la divulgazione di testi che raccontino la colonizzazione italiana della Libia dal punto di vista dei colonizzati. Per questo, risulta particolarmente interessante la pubblicazione dell’opera poetica Il mio solo tormento – Canto da El-Agheila (Fandango libri, 2022), del poeta libico Rajab Abuhweish.

L’opera viene composta nei primi anni Trenta, all’interno del campo di concentramento italiano di El-Agheila, in Libia, nella Cirenaica sud-occidentale, sulla costa meridionale del Golfo della Sirte. Nel campo, aperto nel 1930, destinato all’internamento dei ribelli libici, sono rinchiuse circa centomila persone, di cui solo la metà è destinata a sopravvivere. Per raggiungere il luogo, i prigionieri libici sono costretti a una marcia lunga quattrocento chilometri, nel deserto, esposti al caldo torrido, al gelo notturno, alla fatica estenuante. Si tratta di donne, anziani, ragazzi, ma anche di uomini coraggiosi, che hanno partecipato alla resistenza libica contro l’invasione italiana. Fra loro c’è un poeta, Rajab Abuhweish, che all’interno del campo compone a memoria un poema di trenta strofe e lo trasmette oralmente agli altri prigionieri, rafforzandone lo spirito di resistenza. L’uso di carta e penna è vietato, all’interno della prigione, pertanto il poeta è costretto a ricorrere alla memorizzazione dei versi e alla trasmissione orale.

Il poeta uscirà vivo dal lager, nel 1934, insieme a Ibrahim al-Ghomary, il compagno di prigionia colto che si assume il compito di trascrivere fedelmente il testo. Abuhweish morirà nel 1952, pochi mesi dopo l’indipendenza della Libia.

L’opera è stata tradotta in francese nel 2014 dal poeta e romanziere libico Kamal Ben Hameda, e arriva ora in italiano nella traduzione di M. Eleno e M. Mosé. Pregio notevole dell’edizione italiana è quello di presentare le trenta strofe originali, in lingua araba, seguite ciascuna dalla traduzione in francese e in italiano. Il poema, in versi liberi, descrive le condizioni dei detenuti di Al-Agheila, le torture, i lavori forzati, la situazione di un’umanità resa malata, affamata e cenciosa dalla crudeltà della detenzione, e conduce il lettore nell’atmosfera drammatica comune a tutta la letteratura di prigionia, con accenti che evocano i Racconti della Kolyma di Varlam Šalamov. L’opera, però, non si limita a narrare la storia di un internamento in un lager, ma racconta l’atroce realtà dell’occupazione italiana della Libia.

Nel 1931, viene eseguita l’impiccagione di Omar al-Mukhtar, la guida del movimento di resistenza armata delle tribù della Cirenaica. Nel campo, il poeta viene a conoscenza dell’esecuzione del condottiero, e questa è l’occasione per la composizione del testo. Omar al-Mukhtar, il leone del deserto, è stato impiccato pubblicamente nei pressi di Bengasi, le speranze di riconquistare la propria terra sono ormai ridotte al nulla. Rajab Abuhweish canta, con furia e dolore, lo strazio del popolo libico, la perdita della libertà, della dignità, le offese arrecate dagli invasori ai combattenti, alle donne, ai ragazzi, agli anziani, la violenza nei confronti di una popolazione indifesa. Accanto alla narrazione degli stenti e delle umiliazioni della reclusione, emerge il tema del rimpianto della libertà perduta, spesso evocata tramite l’immagine di animali simbolici, come gazzelle, cavalli, dromedari. Si fa strada, a volte, il motivo della speranza, quella del ritorno alla terra in cui il poeta è nato e cresciuto, per ricominciare a vivere, ritrovare i familiari e gli amici. L’ultima strofa, infine, contiene l’elogio funebre per la morte di Omar al-Mukhtar.

Il testo si caratterizza per il linguaggio asciutto, per la brevità e la secchezza del verso. La poesia è considerata un ultimo rifugio, un estremo riparo in cui resistere alle sofferenze della prigionia. Il verso, che costituisce il titolo del poema, ritorna, quasi ossessivamente, in apertura di ogni strofa: il mio solo tormento.

La lettura di questo breve testo potrebbe rappresentare un’occasione per ascoltare il canto, potente e solenne, di chi ha perso o non ha mai avuto voce, un’opportunità per rileggere una storia dimenticata, quella del passato coloniale italiano e, contemporaneamente, ridestare l’attenzione pubblica sui campi di concentramento della Libia attuale.

* Dottore di Ricerca in Letteratura araba, traduttrice, arabista, docente, si occupa di narrativa araba contemporanea e di traduzione in italiano di letteratura araba