Società

Guerra fredda, così la Storia aiuta a capire il presente più che a non ripetere gli errori passati

Conoscere la Storia ha una funzione principale, quella di servire a comprendere il tempo presente. Non è purtroppo vero, come pure alcuni sostengono, che serva a non ripetere gli errori del passato. Infatti Hegel scriveva che la Storia ci insegna una cosa soltanto, e cioè che l’uomo non ha mai imparato nulla da essa. Tanto è vero, che l’umanità si è sempre auto-condannata a ripetere gli stessi errori e le stesse dinamiche.

Possiamo vederlo anche oggi, giorno dell’anniversario in cui Bernard Baruch coniò l’espressione “guerra fredda” per definire il conflitto perlopiù non combattuto con le armi fra il blocco dei paesi comunisti e il patto atlantico dopo la Seconda guerra mondiale.

Ma andiamo con ordine, perché la Storia si comprende attraverso una fredda visione d’insieme, non pretendendo di individuare torti e ragioni rispetto a un singolo evento. Messa in questi termini, comprendiamo che la guerra fredda è figlia di una guerra calda, cioè combattuta con le armi. Mi riferisco al secondo conflitto mondiale e, in generale, agli avvenimenti accaduti nella prima metà del Novecento. A tal proposito, possiamo ricordare che Hitler – quando scriveva il suo libro Mein Kampf, alcuni anni prima di prendere il potere in Germania – dichiarava chiaramente che la parte più importante della sua campagna imperialistica si sarebbe dovuta rivolgere a Est. Egli intendeva conquistare le terre sovietiche dove si era realizzato il comunismo, trattando gli asiatici esattamente come gli americani avevano fatto con i pellerossa e con i neri, o il grande impero inglese con i popoli colonizzati. Sì, il Fuhrer era un grande ammiratore degli Usa e della Gran Bretagna, tanto che inizialmente avrebbe voluti vederli alleati della Germania per conquistare il mondo intero e affermare la supremazia della razza bianca ariana.

A tal proposito suscita un certo scalpore il fatto che il parlamento italiano – il 5 aprile scorso – abbia approvato in via definitiva il 26 gennaio quale Giornata nazionale della memoria e del sacrificio degli alpini. Nella fattispecie ci si riferisce alla battaglia di Nikolajewka, durante la campagna di Russia nella Seconda guerra mondiale (26 gennaio 1943), in cui il corpo degli alpini avrebbe mostrato un “eroismo” che va ricordato per “promuovere i valori della difesa della sovranità nazionale, nonché dell’etica della partecipazione civile, della solidarietà e del volontariato”.

Già, peccato che la campagna di Russia – fortemente voluta da Mussolini – non solo è stata un disastro militare che comportò migliaia di perdite umane, ma anche l’occasione – che l’Italia fascista non voleva lasciarsi sfuggire – per partecipare alla “crociata antibolscevica” scatenata da Hitler nel 1941 in violazione degli accordi presi con Stalin. Ben 230 mila italiani furono mandati al confine tra Russia e Ucraina, e prima della disastrosa e sanguinosa ritirata parteciparono entusiasticamente alle violenze di ogni tipo che i nazifascisti intesero infliggere su quelle popolazioni asiatiche e sui numerosi ebrei che vi risiedevano.

Viene da chiedersi come è saltato in mente al Parlamento italiano di scegliere proprio una tale ricorrenza (di una brutale guerra di aggressione) per celebrare il corpo degli alpini, che anzi dovrebbe sentirsi infangato da una tale scelta. Scelta che offende anche quelle popolazioni asiatiche, oggi teatro di un conflitto dagli esiti imprevedibili, che certo non si contribuisce a fermare con iniziative scellerate come quella presa dal parlamento italiano (con un solo astenuto).

Ma ricordiamo anche un evento della guerra fredda vera e propria. L’invasione della baia dei Porci (1961), con cui il governo americano tentò di rovesciare militarmente il governo cubano di Fidel Castro. L’operazione fallì, portando mai come in quel momento il mondo sull’orlo di una terza guerra mondiale. A interessarci sono le motivazioni per cui gli Usa scatenarono un conflitto così azzardato e rischioso: il loro timore che quell’avamposto comunista in America centrale potesse spingere parecchie nazioni ad aderire a quell’ideologia e – soprattutto – a ribaltare i tanti dittatori sudamericani messi al potere dal governo Usa per controllare quelle terre e popolazioni. Una Cuba comunista, ove arrivavano armi e postazioni sovietiche quasi al confine con gli Usa, spaventava oltremodo questi ultimi, convincendoli a muovere una guerra immotivata contro la piccola isola in nome sostanzialmente della “sicurezza nazionale”.

Difficile, a un occhio obiettivo e spregiudicato, non vedere delle connessioni con le decisioni prese in questi giorni da Putin. La Nato sta portando la sua influenza (e le sue armi) fino al confine con la Russia, e questo – piaccia o meno – spinge il leader russo a temere per la sicurezza nazionale.

Ci sarebbero tante altre cose da dire o ricordare, per far vedere come la guerra fredda può aiutare a comprendere il tempo presente, evitando di abbandonarsi a ideologie manichee e scelte di campo altrettanto semplicistiche. Ma il nostro, purtroppo, sembra avviarsi a tornare il tempo delle guerre calde. Ancora una volta in assenza di statisti che sappiano prendere decisioni con cui evitare all’umanità di piombare nel baratro.