Economia

Caro energia, le cartiere fermano gli impianti: “A noi costa meno non produrre, mentre i concorrenti stranieri hanno agevolazioni”

Renzo Poli (Assocarta): “Ai valori attuali, il gas pesa per circa il 30 per cento sulla produzione, quando normalmente inciderebbe dal 10 al 15 per cento. A questi livelli arriverà un punto in cui conviene fermarsi”

“Sa quale era il prezzo medio del gas lo scorso anno? Era di 25 euro a megawatt ora. Nei mesi invernali è salito a 90 euro e una settimana fa era a 300 euro. Se a dicembre il costo della bolletta era quintuplicato, ad oggi raggiunge la cifra insostenibile di 15 volte in più rispetto all’anno scorso. Il caro energia non solo ci mangia i guadagni, ma ci fa produrre in perdita. Per questo ci siamo fermati per alcuni giorni”. Renzo Poli non solo è presidente di Assocarta, l’associazione nazionale di categoria della Confindustria. È anche proprietario di due stabilimenti: Cartiere Saci di Verona, leader europeo nella produzione di carta da imballaggi a partire da materia prima al 100 per cento riciclata, e PM3 di Carmignano di Brenta, in provincia di Padova.

La crisi bellica comincia a mordere in modo evidente nel tessuto produttivo del Nordest. Per altre realtà, come le acciaierie, il problema è costituito dalla scarsità di materie prime, per le cartiere, invece, è concentrato soprattutto nel costo dell’energia. Saci e PM3 hanno complessivamente 160 dipendenti e un fatturato di un centinaio di milioni all’anno. “Ai valori attuali, il gas pesa per circa il 30 per cento sulla produzione – spiega Poli – quando normalmente inciderebbe dal 10 al 15 per cento. A questi livelli arriverà un punto in cui conviene fermarsi. Lo hanno già fatto tante cartiere in Italia, perché star fermi costa meno che produrre”.

L’imprenditore spiega: “Lo stop avviene un po’ a macchia di leopardo in Italia, ma ha già coinvolto dal 30 al 50 per cento delle imprese. Il sistema delle cartiere conta circa 150 stabilimenti con un fatturato che nel 2021 ha raggiunto gli 8 miliardi di euro e una crescita del 28 per cento rispetto al 2020”. La produzione è stata di 9 milioni e mezzo di tonnellate, con un incremento del 12,5 per cento rispetto al 2020. Come difendersi? “Intanto noi abbiamo applicato un sistema di recupero delle ferie, poi abbiamo ripreso. I costi, infatti, ci impongono di rinegoziare continuamente le forniture con i clienti”.

Praticamente chiedono di rivedere i prezzi a valle, alla luce del costo del gas salito alle stelle. E a monte? “Quando lei va a un distributore di benzina può contrattare il prezzo? No di certo. Così anche noi, dobbiamo pagare il gas che consumiamo. Il problema è che altri pagano di meno”. Chi? “Ad esempio le imprese in Germania e in Francia godono di benefici già dal mese di febbraio, con l’effetto che i nostri concorrenti pagano l’energia di meno. E questo ci sta mettendo in grande difficoltà sul mercato”. E l’Italia? È stata approvata una legge l’1 marzo, ma non sappiamo ancora quanto e come ci sarà utile. Al momento possiamo contare solo sulle nostre forze, che sono ormai esauste, anche perché ci preoccupa la rapidità con cui crescono i prezzi”.

Si tratta di un tema di carattere generale che interessa tutta la Comunità Europea e che Poli analizza anche dall’osservatorio di Assocarte. “Finalmente si sono accorti che l’aumento del prezzo non è causato dalla mancanza di gas, ma da speculazioni finanziarie a cui si deve mettere fine. Occorre aumentare l’estrazione nazionale e accelerare la spinta verso il biogas, ma soprattutto sterilizzare le speculazioni finanziarie lasciando che il prezzo sia fissato solo dal sistema della domanda e dell’offerta”.

Nello stabilimento Saci sono in attività due linee continue, con la PM3 (acquisita nel 2014) si è aggiunta una terza linea di produzione, ma le macchine funzionano solo se c’è energia per farle funzionare. Sempre nel Padovano si è fermata anche la Pro-Gest di Camposampiero, che fa parte di un gruppo con altri cinque stabilimenti in provincia di Treviso, soggetti in modo diverso ad analoghi stop produttivi.