Diritti

A sei anni dall’accordo con la Turchia contro i flussi, ecco la doppia morale Ue sui profughi

Chiunque fugga da guerre o persecuzioni ha il diritto di essere accolto degnamente in Europa. A enunciare questo principio è l’articolo 18 della Carta Europea dei diritti fondamentali dell’uomo che contiene gli ideali su cui si fonda l’Unione: i valori universali di dignità umana, libertà, uguaglianza e solidarietà, che hanno creato una zona di libertà, sicurezza e giustizia per i cittadini basata sulla democrazia e sullo stato di diritto.

Tuttavia negli ultimi anni le politiche dell’Unione sulla gestione della crisi migratoria non sono state coerenti con quanto sancito dai suoi padri fondatori e hanno eroso il diritto di asilo dei migranti.

Si è dovuto aspettare che la guerra arrivasse in Europa per giungere all’applicazione della Direttiva sulla Protezione Temporanea per le persone in fuga dal conflitto in Ucraina, che consente l’accesso a un permesso di soggiorno rinnovabile fino a tre anni. Una Direttiva, messa a punto nel 2001 in seguito alle guerre nella ex Jugoslavia, che non era mai stata applicata, nonostante tante fossero state le situazioni di crisi che lo avrebbero reso necessario, dalla Siria all’Afghanistan.

Pur nell’incertezza della concreta applicazione che ne daranno gli Stati, si tratta di norme essenziali per accogliere le centinaia di migliaia di persone in fuga dalla guerra in Ucraina e oggi ammassate al confine con Polonia, Moldavia, Romania e Ungheria. Talmente essenziali da farci domandare perché non prevederle anche per tutte le persone che – in fuga da altre guerre – vivono intrappolate nelle isole greche.

Il nuovo rapporto di Oxfam e Greek Refugees Council (GRC), a 6 anni dall’accordo tra Ue e Turchia, costato miliardi di euro ai contribuenti con l’unico obiettivo di bloccare i flussi alle porte dell’Europa, testimonia tragicamente una doppia morale in tema di migrazioni.

La vita nei centri di “detenzione” europei nelle isole greche

La fotografia scattata dal dossier è quella del nuovo centro Ue di Samos, costato 43 milioni di euro, nel racconto della vita quotidiana di persone fuggite da confitti, a quanto pare, dimenticati dall’Europa.

Viste le misure applicate, il centro più che di accoglienza dovrebbe definirsi di detenzione:

1. circa un quinto dei migranti che si trovano qui non è potuto uscire negli ultimi due mesi, nonostante un tribunale greco si sia espresso in modo contrario;

2. le persone vengono monitorate con telecamere 24 ore al giorno e sono sottoposte ad un coprifuoco che scatta ogni sera alle 20;

3. per uscire ed entrare, è necessario esibire la “tessera di richiedente asilo”: requisito che esclude tutti i nuovi arrivati, coloro che semplicemente non hanno i soldi necessari per completare la domanda di asilo (che la Grecia in violazione delle normative europee richiede) e i tanti in attesa che le autorità greche esaminino la loro domanda.

Un vero e proprio stato di “detenzione illegale”, che continua ad essere negato dalle autorità greche, ma che è testimoniato in modo lampante dai profughi intervistati da Oxfam e GRC. “Voglio solo uscire, ma non me lo lasciano fare. Mi tengono qui come un prigioniero – ha raccontato T., giovane afgano, intrappolato a Samos dal 2019 – Almeno nel campo dove vivevo prima non ero recluso e potevo muovermi”.

Una strategia da 276 milioni per scoraggiare l’arrivo dei migranti

Il centro di accoglienza di Samos, finanziato interamente con fondi europei, nei fatti rappresenta una sorta di “progetto pilota” per la politica europea sulle migrazioni che ha il preciso compito di scoraggiare l’arrivo dei migranti. Una strategia da 276 milioni di euro, già investiti dall’Ue per i nuovi centri a Kos e Leros, a cui ne seguiranno altri due a Chios e Lesbo.

La crisi ucraina potrà portare ad un vero cambio di passo?

Ci chiediamo dove sia finito l’impeto di solidarietà verso gli afgani, manifestato solo qualche mese fa dopo il ritiro delle truppe americane, se è questo il trattamento che riserviamo loro lungo la rotta del Mediterraneo orientale. La crisi ucraina servirà a costruire una politica europea comune e solidale, che non si pieghi agli interessi o i capricci dei singoli Stati? Capace di non discriminare tra persone che si sono lasciate alle spalle la propria vita per fuggire da bombe e violenze? È tempo per l’Europa di una gestione nuova del fenomeno migratorio e soprattutto rispettosa dei diritti di tutti.

Si può sostenere la risposta di Oxfam QUI