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Da ipotetico regista della pace a ventre molle dell’alleanza. Sui media esteri la parabola di Draghi nella vicenda Ucraina

Non è passata inosservata la richiesta di Draghi di non sanzionare Mosca sul gas. Secondo alcuni osservatori era il segnale che Putin attendeva per avere conferma delle debolezze della coalizione e procedere al riconoscimento delle repubbliche del Donetsk e Luhansk. "Il Cremlino sta senza dubbio osservando con attenzione le risposte degli Stati Uniti e dell'Europa e Putin sta probabilmente contemplando una serie di potenziali scenari" scrive oggi Foreign Affaires

Doveva essere il regista della pace. Rischia di diventare quello che fatto precipitare la situazione. La dichiarazione di Mario Draghi in cui chiedeva di non applicare sanzioni contro la Russia in materia di energia e gas ha avuto forse più eco sulla stampa internazionale che su quella italiana. Cnn, Reuters, Bloomberg, Associated press, Cnbc, Financial Times, tutti hanno alzato le antenne e prontamente riportato e messo in rilievo la richiesta del presidente del Consiglio di non includere l’energia nell’ambito delle possibili sanzioni. E ieri il Wall Street Journal, in un commento dell’editorial board, ha scritto “questi sono esattamente i segnali in cui sperava Putin, capire che il prezzo da pagare per l’invasione sarà alla fine più basso di quanto ipotizzato”. In un articolo di analisi dell’agenzia Bloomberg l’editorialista Andreas Kluth spiega “Pensavo che Draghi avrebbe potuto, più di Macron, assumere un ruolo di leadership nell’ambito della coalizione europea di fronte alla Russia ma sorprendentemente ha fatto questa dichiarazione sull’esclusione dell’energia dalle sanzioni”. “L’Italia è più dipendente dal gas russo. Roma si augura quindi che il settore energetico venga risparmiato. Altri stati vogliono imporre sanzioni più severe“, ha rimarcato ieri il quotidiano tedesco Faz. I dubbi di Draghi vengono messi in luce anche da Der Spiegel.

Va detto che per ora la risposta europea è stata nel complesso molto blanda. Le sanzioni sembrano per ora poco più che simboliche. L’idea è di graduarle in base agli sviluppi della situazione ma il livello di partenza è davvero basso. Sta di fatto che all’estero hanno fatto due più due. La tempistica non è una prova ma forse qualche indizio lo fornisce. Draghi parla il 18 febbraio, tre giorni dopo il presidente russo annuncia il riconoscimento delle auto proclamate repubbliche Donetsk e Luhansk. Del resto già lo scorso dicembre Draghi non aveva mostrato troppo pudore nel mettere a nudo le debolezze europee di fronte a Mosca. “Abbiamo missili, navi, cannoni, eserciti? Al momento non lo facciamo e al momento la Nato ha priorità strategiche diverse”, aveva detto il presidente del Consiglio spiegando che le uniche contro misure effettive sarebbero sanzioni economiche ma che “questo non è il momento”. Il governo italiano del resto non ha mosso un dito quando, lo scorso 26 gennaio, Putin ha incontrato in videoconferenza i vertici delle più grandi aziende del paese tra cui diverse partecipate pubbliche.

Si sa che la scommessa di Vladimir Putin è proprio questa, dividere. “Il Cremlino sta senza dubbio osservando con attenzione le risposte degli Stati Uniti e dell’Europa e Putin sta probabilmente contemplando una serie di potenziali scenari” scrive oggi Foreign Affaires. E l’Italia è da tempo vista come uno degli anelli più deboli della catena europea. L’altro è la Germania, a sua volta fortemente dipendente dal gas russo ed è grande partner commerciale del paese. Ma Berlino ieri ha messo sul tavolo una carta pesante, la possibile fine del gasdotto Nord Stream 2, pronto ma mai utilizzato. L’ opera da oltre 10 miliardi di euro che unisce le coste russe direttamente a quelle tedesche tagliando fuori l’Ucraina. Una mossa furba, quella del cancelliere Olaf Scholz, perché la condotta rimane lì e non è detto che un giorno non verrà utilizzata, ma per ora l’annuncio ha soddisfatto i più risoluti alleati anglosassoni e mandato un segnale agli altri paesi europei. La palla è stata rilanciata verso Parigi e Roma.