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Open, Grasso: “WhatsApp? Documenti, non corrispondenza. Così il cellulare di un mafioso non si può più usare se scrive a un parlamentare”

“Credo sia errato trascinare il Senato in un conflitto di attribuzione che non ha ragione di essere. Ritengo che non ci siano i presupposti per sollevare un conflitto di attribuzione”. A rivendicarlo in Aula il senatore del gruppo Misto-LeU, Pietro Grasso, nel corso delle dichiarazioni di voto sul conflitto di attribuzione nell’ambito del caso Open – Renzi, annunciando il voto contrario di Leu. L’ex presidente del Senato ha ricordato come i messaggi su Whatsapp oggetto della discussione “non rientrano nella nozione di corrispondenza, né costituiscono attività di intercettazione, ma sono da considerarsi come semplici “documenti”, ricordando anche come ci sia a confermarlo una “consolidata giurisprudenza della Cassazione”.
Grasso ha sottolineato come al contrario “la relazione considera l’acquisizione dei messaggi come sequestro di corrispondenza, e conclude che occorre in ogni caso l’autorizzazione preventiva a prescindere dalla circostanza dell’utilizzo o meno di tali prove nei confronti del parlamentare e a prescindere che il sequestro avvenga verso terzi. Vorrei che l’aula comprendesse l’abnormità di tale pretesa, proprio per l’imprevedibilità ex-ante dell’esistenza del dato riferibile al parlamentare. L’autorità giudiziaria non potrebbe, neanche volendo, munirsi preventivamente dell’autorizzazione della Camera di appartenenza”. “Inoltre i documenti, pur legittimamente sequestrati a un terzo, per la mancanza di autorizzazione preventiva risulterebbero inutilizzabili anche nei suoi confronti, estendendo di fatto le prerogative parlamentari anche ai non parlamentari. Basterebbe che in un telefono sequestrato ad un mafioso vi fosse un Whatsapp a un parlamentare per determinarne l’inutilizzabilità anche nei confronti del mafioso”, ha aggiunto Grasso.
“Mi sforzo di credere che il senatore Renzi abbia affrontato questa battaglia non per difendere se stesso dal processo, ma le prerogative del Senato e di tutti i parlamentari. Per questo ritengo che non ci siano i presupposti per sollevare un conflitto di attribuzioni come prevede la relazione, ma che sia urgente intervenire integrando la disciplina della legge 140 del 2003 a tutela di tutti i componenti del Parlamento. Infatti non ci può essere materia di conflitto tra poteri perché il Pm non può avere abusato di una norma che non c’è”.