Musica

Vasco Rossi, Vita Spericolata compie 40 anni. Così nacque la canzone-manifesto: “Mi gettarono quintali di fango, ma i giovani mi sentirono come uno di loro. E divenni Vasco per tutti”

Per fare gli auguri all'unica rockstar italiana pubblichiamo un estratto di "70 volte Vasco. Storia di una rockstar", di Marco Pagliettini e Massimo Poggini (Baldini+Castoldi). "L'unica frase che mi veniva era 'voglio Licia', poi mi trovai in un campo sportivo vuoto, sotto la pioggia, durante una tournée. E mi misi a pensare a che cazzo di vita volevo. Così ho affrontato il tema che in quel periodo affliggeva tutti: la paura di una vita piatta, tranquilla, priva di emozioni". Tutto il resto è storia, da Sanremo a decine di tour trionfali negli stadi

Vasco Rossi, 71. Il compleanno del Kom si avvicina e noi di FQMagazine vogliamo riportare un estretto del 70esimo, cifra tonda. Lo scorso anno è uscito “70 volte Vasco. Storia di una rockstar”, di Marco Pagliettini e Massimo Poggini (Baldini+Castoldi 2021, euro 20), in cui si racconta uno dei passaggi chiave del percorso del rocker: la nascita e la “rivelazione pubblica” di Vita Spericolata, uno dei suoi manifesti più rappresentativi. E “viene bene” perché proprio oggi, 3 febbraio, sono 40 anni di quella Vita Spericolata. Godetevi questo estratto, nell’attesa di vederlo sul palco. Il suo mare. “Perché quando salgo su un palco, tutto funziona, tutto va al posto giusto”.

Vita spericolata
(3 febbraio 1983)

Venerdì 3 febbraio 1983: inizia la 33esima edizione del Festival di Sanremo. Vasco Rossi partecipa per la seconda volta. Era tornato nella Città dei Fiori per il secondo anno consecutivo contro il parere dei suoi discografici. L’anno prima aveva cantato Vado al massimo e tutto sommato era andata bene. Perché rischiare? Ma lui sapeva di avere l’asso nella manica, una canzone intitolata Vita spericolata. Ce l’aveva nel cassetto da diversi mesi. «Quel pezzo», rivelerà qualche anno dopo, «ci ha messo un sacco di tempo per nascere. Tullio Ferro mi aveva dato la musica e mi era piaciuta subito tantissimo. L’ho sentita e risentita per un anno intero. Ma l’unica frase che mi veniva era: “Io voglio Licia, la voglio così com’è”. Non funzionava proprio. Un pomeriggio piovigginoso, mentre ero in tournée in Sardegna, entrai in un campo sportivo desolantemente vuoto. Ero un po’ triste. All’improvviso mi misi a pensare a che cazzo di vita volevo. Volevo dire qualcosa di importante, così ho affrontato il tema che in quel periodo affliggeva tutti: la paura di una vita piatta, tranquilla, priva di emozioni.

Scrissi il testo di botto, dentro un’auto davanti a quel campo sportivo. Aggiungo che quando parlavo del Roxy Bar, pensavo a un’altra vita». Quando si ritrovò con la canzone finita, capì che presentarla a Sanremo sarebbe stato un colpaccio, il modo migliore per mostrare al mondo l’altra faccia della «medaglia Vasco», quella più autentica.

«Io capii subito che era la cosa giusta da fare», racconta, «però quelli della mia parte mi lapidarono. Anche Guido Elmi disse che ero matto, che tradivo la mia anima rock. E io dovetti lottare anche con loro, quando capii che passare da Sanremo con quel pezzo era l’unica strada che mi rimaneva per uscire definitivamente dall’Emilia ed entrare in Italia.»

Cosa è diventata e cosa rappresenti nell’immaginario collettivo Vita spericolata lo sapete tutti. Eppure quando la presentò a Sanremo le reazioni furono contrastanti. Ci fu addirittura chi scrisse che era una canzone deludente. Raccontarlo adesso sembra una barzelletta, ma in quegli anni parlar bene di Vasco era quasi sputtanante. Rammento le parole di un collega piuttosto blasonato: «Non capisco come fa a piacere quel montanaro che fa il verso a Mick Jagger senza possedere la benché minima parte del suo carisma» (per la cronaca, la stessa persona qualche tempo dopo si sarebbe sperticata in lodi nei suoi confronti. Quando si dice la coerenza!).

È rimasto negli annali un commento pubblicato dall’Ansa, la più prestigiosa tra le nostre agenzie di notizie: «Vasco a Sanremo ha deluso. Si è mosso e ha urlato come un ubriaco e forse l’avrà una vita piena di guai. Nella canzone non è mai pronunciata la parola “amore”. È una continua richiesta di una vita diversa: maleducata, spericolata, disordinata, esagerata e piena di guai, nella quale non si dorme mai». Prosegue il suo racconto Vasco: «Mi gettarono addosso quintali di fango: per anni certa gente ha rifiutato di stringermi la mano. Però i giovani, per purezza e forse anche per reazione, mi sentirono come uno di loro, e così ne uscii in trionfo. In fondo, prima di Vita spericolata, i successi erano tali non per le vendite ma solo per me e per chi veniva ai concerti, si fidava e vedeva convinzione nei miei occhi; dopo, divenni Vasco per tutti». A quei tempi invece soltanto una ristretta minoranza credeva in lui, pochi avevano intuito che era un grande artista, magari ancora un po’ acerbo, ma assolutamente unico. Qui occorre fare una piccola digressione. Abbiamo già detto che persino quelli del suo entourage in un primo momento erano contrari al suo ritorno a Sanremo, ma una volta che loro si furono convinti restava da superare l’ostacolo più grande. Infatti il patron del Festival si era legato al dito il casino che Vasco aveva combinato nell’82 e non voleva più sentirne parlare. Bisogna sapere che Gianni Ravera negli anni Cinquanta era stato un cantante di un certo successo, e per un ex artista come lui il gesto di buttare a terra un microfono rompendolo equivaleva ad aver commesso un sacrilegio.

Quindi i discografici di Vasco dovettero sudare le proverbiali sette camicie per convincerlo ad ammetterlo in gara. Come andarono le cose lo ha raccontato Dino Vitola, che nel 1981 ne era diventato l’impresario: Mario Rapallo aveva deciso di puntare su di lui per persuadere Ravera. Racconta Vitola: «Avevo appuntamento col patron di Sanremo a Rimini per le proposte del Festival e, quando arrivai la sera in albergo, gli lasciai due audiocassette: una era quella di Vasco e l’altra L’italiano di Toto Cutugno. La mattina Ravera mi svegliò al telefono, chiedendomi i nomi degli interpreti, che sulle cassette non avevo messo apposta. Stetti sul vago, dissi che il provino di Vita spericolata era dell’autore e che era appunto solo un provino. Ravera apprezzò la melodia, così Rapallo fece interpretare a Rossi la versione definitiva, però Ravera rimase poco convinto del canto. Allora dovetti svelargli che era Vasco, ma la canzone aveva fatto colpo e lui reagì solo dicendomi che su “quello lì” dovevo prendermi ogni responsabilità. Voleva sapere come si sarebbe vestito e pretendeva puntualità alle prove». Come andarono effettivamente le cose ormai è storia. Vasco fece tutto quello che era in suo potere per alimentare il mito della rockstar maledetta: arrivò all’ultimo momento, non fece le prove, litigò col regista, cantò in modo apparentemente svogliato, con le mani in tasca e sbagliando pure qualche parola. Nella classifica finale ottenne 1932 voti e si classificò al 25esimo posto su 26 finalisti (dietro di lui soltanto Pupo con Cieli azzurri, che aveva ottenuto appena un voto in meno). Ma quella canzone era talmente forte che esplose comunque, centrando finalmente i posti alti dell’hit parade, restandovi per quattro mesi e arrampicandosi fino alla sesta posizione. Risultato ottenuto, peraltro, rimanendo assolutamente fedele a se stesso. Nel comunicato stampa diffuso durante il Festival dalla Carosello si legge: «Quando scrivo di disperati o di ultimi io non emetto sentenze, racconto la realtà che mi circonda. La droga è come la peste antica: non uccide i deboli di corpo ma i deboli di spirito. Io sono ancora sano perché mi sono inventato una guerra, un mestiere. Quello del rock». Per anni si è dibattuto sul reale significato del Roxy Bar citato nel testo, poi sarebbe stato lo stesso Vasco a rivelare l’arcano: «Quando scrissi quel testo nel mio inconscio era radicato il concetto dell’aldilà a causa del brutto periodo che stava vivendo il mio amico d’infanzia Mario Giusti, che si stava distruggendo con le pere (Giusti era stato uno dei fondatori di Punto Radio: dall’82 all’86 passò un lungo periodo di dipendenza dall’eroina. Dopo due anni di comunità, era uscito completamente trasformato e maturato. Per dodici anni visse una vita normale: lavorava e viveva serenamente quando, a settembre del 2000, scoprì di aver contratto l’epatite C. A gennaio morì, n.d.a.). Insomma, quando composi Vita spericolata l’aldilà mi girava per la mente. E quando scrivo che “ci ritroveremo come le star al Roxy Bar” inizialmente mi rivolgo a lui, fra speranza, augurio e paura. Poi procedendo nella scrittura mi sono reso conto che il Roxy Bar era un omaggio a Fred Buscaglione (il quale nel 1959 aveva inciso Che notte!, che dice testualmente: Che notte, m’aspetta quella bionda che fa il pieno al Roxy Bar, n.d.a.) e per me è diventato l’aldilà come luogo in cui un giorno ci ritroveremo tutti, un luogo della mente e non certo l’omonimo bar di Bologna, come scritto da qualcuno».

Ma questa è storia nota. Meno noto è il grande pacco che tirò in occasione del Festival di Sanremo 1984 a un settimanale che si era speso molto a suo favore. Vasco ripeteva in continuazione che voleva fare il giornalista (infatti a un certo punto ha pure ottenuto l’iscrizione all’Ordine, elenco pubblicisti). Siccome ormai era diventato una star di prima grandezza, quelli del settimanale «Boy Music» (il primo giornale che gli dedicò una copertina: dicembre 1980) gli proposero di andare al Festival come inviato. Disse di sì, ovviamente ponendo le sue condizioni: con lui sarebbero dovuti andare anche Massimo Riva, Guido Elmi, Maurizio Lolli e un paio di bodyguard. Chiesero gli accrediti per tutti (chissà se negli archivi dell’ufficio stampa Rai è rimasta qualche traccia?), prenotarono sei camere al Grand Hotel del Mare di Bordighera. Tutto a posto, direte voi. Il problema è che con Vasco fino all’ultimo non si sapeva mai cosa sarebbe successo. Infatti… Il vero motivo per cui aveva detto di sì era che in quel periodo gli piaceva parecchio Giorgia Fiorio, in gara tra i giovani (oggi è un’affermata fotografa). Ma Giorgia fu eliminata la prima sera. A quel punto iniziarono a sentire puzza di bruciato. Non rispondeva al telefono, dai suoi faceva dire che stava dormendo, che sarebbe partito più tardi. Arrivò il sabato e fu chiaro che non sarebbe mai arrivato. Tornato a Milano, dopo una notte insonne, il giornalista che aveva avuto quell’idea si attaccò al telefono finché non riuscì a parlarci. Bofonchiò qualche scusa, tipo le balle che si inventano i bambini. Lui era così, prendere o lasciare. E se t’incazzavi, stigmatizzava il tutto con una battuta surreale capace di spiazzarti. Disse che il Festival lo aveva visto in Tv, che l’articolo lo avrebbe scritto comunque. In effetti lo scrisse, anche se non era niente di memorabile. Però era un pezzo firmato Vasco Rossi. Colui che nel frattempo era diventato una rockstar. Quello che cantava e faceva una vita spericolata. Per farla breve, al giornale chiusero un occhio sul conto astronomico che arrivò dal Grand Hotel del Mare.