Mondo

Ahmed Douma, uno dei simboli più potenti della rivoluzione egiziana, è in carcere da otto anni

Il 3 dicembre Ahmed Douma è entrato nell’ottavo dei 15 anni di carcere che gli sono stati inflitti al termine del processo, passato alla storia egiziana come quello dei “fatti del Consiglio dei ministri”: nel dicembre 2011 le forze di sicurezza sgomberarono dopo tre settimane un sit-in di fronte alla sede del governo, dando vita a duri scontri con i manifestanti.

Douma è, con Alaa Abd El-Fattah (che oggi conoscerà il suo destino al termine del processo che lo vede alla sbarra insieme al suo avvocato, Mohamed el-Baqer e al blogger Mohamed “Oxygen” Ibrahim), uno dei simboli più potenti della rivoluzione del gennaio 2011. Ha contribuito alla fondazione dei più importanti movimenti di protesta dell’inizio di questo secolo, come “Kefaya“ (Ora basta), e la Coalizione dei giovani rivoluzionari. È stato arrestato nel dicembre 2013 per la sua asserita presenza a una manifestazione contro la legge che impediva le proteste.

Condannato a tre anni di carcere e ad altri tre di sorveglianza di polizia, poco prima della fine della pena è stato iscritto a una nuova indagine, per l’appunto quella dei “fatti del Consiglio dei ministri”, e nel febbraio 2015 condannato all’ergastolo, insieme ad altri 268 imputati, per attacco alla sede del governo, alle forze di sicurezza e all’Istituto di scienze, manifestazioni non autorizzata, possesso di armi e di ordigni incendiari e aggressione a soldati e agenti di polizia.

Il giudice del processo, Mohamed Nagi Shehata, non ha mai fatto mistero della sua ostilità alla rivoluzione del 2011 e alla persona di Ahmed Douma. L’avvocato di Douma ha presentato ricorso e, in un nuovo processo, il suo assistito è stato condannato a 15 anni e a una multa di sei milioni di lire egiziane. Anche in questo caso il giudice, Mohamed Sherin Fahmy, non ha mancato di rivolgere accuse alla rivoluzione e ai suoi promotori.

Douma è detenuto nel famigerato complesso penitenziario di Tora, in condizioni inumane, in una cella minuscola dotata di ventilazione insufficiente. Dal dicembre 2013 al febbraio 2020 è rimasto in isolamento e per molti mesi non ha potuto svolgere esercizi fisici fuori dalla cella o dormire su un letto. Per sei mesi, lo scorso anno, durante la fase acuta della pandemia, non ha potuto incontrare i familiari. All’interno del carcere è stato aggredito da estremisti islamici e la direzione di Tora non lo ha protetto.

Le sue condizioni di salute sono preoccupanti: le giunture delle ginocchia sono deteriorate, ha infiammazioni croniche alle terminazioni nervose, dolori vertebrali, soffre di depressione e di attacchi d’ansia, rigidità nei movimenti delle spalle, attacchi di emicrania, battito cardiaco irregolare, scompensi nella pressione sanguigna e altro ancora. In carcere, Douma ha scritto un libro di poesie, Curly, di cui le autorità egiziane hanno vietato la stampa e la distribuzione.