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Nell’India di Modi, essere una donna indigena è un atto di resistenza

di Jo Woodman, ricercatrice di Survival International

In occasione della Giornata Internazionale della Donna, centinaia di donne si erano riunite per commemorare la morte di due giovani Adivasi (indigene) aggredite sessualmente dalle forze di sicurezza nello stato indiano di Chhattisgarh. Dopo lo stupro, una di loro si era suicidata: aveva solo sedici anni.

Le donne protestavano contro le esecuzioni extragiudiziali, gli abusi sessuali e gli arresti diventati esperienze quotidiane per molti Adivasi – soprattutto per le donne. La polizia arrivò poco dopo e arrestò una delle loro leader, Hidme Markam: a distanza di nove mesi, Hidme è ancora in carcere secondo il famigerato Unlawful Activities (Prevention) Act (Uapa) indiano – una legge draconiana nata per controllare il terrorismo ma ora usata per mettere a tacere chiunque si esprima contro il governo.

In tutte le terre indigene dell’India centrale, gli Adivasi devono combattere per difendere i loro diritti fondamentali. Pochi giorni prima dell’arresto, Hidme aveva rilasciato un’intervista a Survival International in cui, parlando con voce tranquilla ma molto determinata, aveva detto: “Se guardiamo a quello che le donne affrontano quotidianamente, vediamo che ogni giorno vengono picchiate e incarcerate… Ogni giorno, ovunque vadano, subiscono gli stessi tipi di abusi. L’unica possibilità che noi donne abbiamo di fare progressi è stare unite per salvare dall’estrazione mineraria la nostra acqua, le foreste e la terra”.

Per legge, le comunità adivasi devono dare il loro consenso ai progetti che coinvolgono le loro terre, come le estrazioni minerarie. Ma rapporti realizzati per il Ministero degli Affari Indigeni e da Amnesty International dimostrano che il consenso spesso è falso, e che per aggirare la legge si ricorre a intimidazioni e altre tattiche coercitive. È diffusa anche la brutalità della polizia contro gli Adivasi, sia fuori sia dentro le prigioni.

Privi di altri strumenti legali atti a proteggere le loro terre, molti non hanno altra scelta se non quella di protestare pacificamente: bloccano le strade, si siedono di fronte ai bulldozer, organizzano raduni e manifestazioni. Difendono semplicemente le loro terre e i loro diritti, ma nell’India del Primo Ministro Narendra Modi è molto pericoloso.

“L’arresto di Hidme e il modo in cui è avvenuto ribadisce a noi Adivasi che i governi non tollerano che qualcuno di noi denunci l’espropriazione delle nostre risorse” ha detto la poetessa adivasi Jacinta Kerketta.

La polizia e i paramilitari rispondevano con violenza agli Adivasi che resistevano alla distruzione delle loro terre o agli abusi dei loro diritti già prima che Modi arrivasse al potere. Due degli strumenti utilizzati per sopprimere il dissenso sono la violenza sessuale e l’arresto; l’altro è l’assassinio a sangue freddo. L’uccisione extra-giudiziale dei leader Adivasi resta diffuso. Le morti vengono generalmente liquidate come “uccisioni accidentali” conseguenti “all’incontro” tra polizia e terroristi armati o criminali, che poi muoiono nel conflitto a fuoco che ne deriva. Le indagini suggeriscono che migliaia di persone sono state uccise nel corso di scontri fasulli, con pistole piazzate al loro fianco dopo le esecuzioni, per depistaggio.

Con modalità simili sono stati uccisi molti Adivasi coinvolti in movimenti di resistenza alle attività estrattive. Hidme Markam era impegnata nella lotta per proteggere la montagna sacra di Nandraj: lì quattro uomini furono uccisi nel 2019 durante un’ondata di repressioni e persecuzioni da parte della polizia. Nella vicina Odisha, nel 2016 furono uccisi sempre “accidentalmente” cinque giovani coinvolti nella resistenza alla miniera di Mali Parvat.

Mentre progetta una massiccia espansione dell’estrazione di carbone nelle terre adivasi, Modi aumenta drasticamente anche la repressione dei movimenti di resistenza, dei difensori dei diritti umani e degli attivisti. Chi dissente viene etichettato come “anti-nazionalista” e accusato di sedizione o detenuto secondo il Unlawful Activities (Prevention) Act.

Per accedere alle risorse sotto e sopra le terre degli Adivasi, lo Stato usa ogni mezzo possibile: allestire campi di polizia nel profondo delle terre adivasi, minacciare e commettere violenze sessuali, uccidere arbitrariamente chi è considerato leader della resistenza e – come, purtroppo, sa bene Hidme – incarcerare chiunque sfidi lo status quo.

“Come accade a migliaia di altri prigionieri adivasi, la polizia vuole assicurarsi che [Hidme Markam] languisca in prigione per molto tempo. Il processo stesso, in questo Stato, è una punizione” ha detto l’attivista adivasi Soni Sori. Questo è particolarmente vero se si considera il modo in cui gli Adivasi vengono trattati in prigione: “Se sei un Adivasi a Bastar, dovrai marcire in prigione per anni, e sarai torturato come un animale. In queste carceri, i nostri Adivasi sono trattati come insetti” ha detto Soni Sori, riferendosi anche alla sua drammatica esperienza personale.

“Non possiamo più andare liberamente nella foresta a raccoglierne i prodotti, né coltivare le nostre terre dove sono stati allestiti dei campi [paramilitari]” raccontava Hidme Markam poco prima del suo arresto. “Non importa quale partito sia al potere: sostengono le grandi compagnie e non si preoccupano di noi, semplici Adivasi. Gli abitanti dei villaggi che protestano perché il governo consegna queste terre alle aziende vengono imprigionati. Abbiamo perso la fiducia nel governo, ma continueremo a lottare per salvare le nostre terre e le nostre foreste sacre”.

Nonostante le difficoltà, le comunità adivasi continuano eroicamente a lottare per proteggere le loro terre. E in questo modo, proteggono anche il futuro di tutti noi. Perché a tenere in piedi le foreste e lasciare il carbone sottoterra sono, più di chiunque altro, gli attivisti come Hidme.

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