Cronaca

Palermo, insulti e torture nella onlus per disabili: “Va fa’ ‘nto culu”, “Fai schifo, fitusu”. Il gip: “Condotte inusitate di violenza e umiliazione”

Un ospite affetto da una grave forma di autismo era tenuto al buio per ore nella "stanza relax" della struttura di Castelbuono, mentre chiedeva di andare al gabinetto: alla fine veniva lasciato nella sua pipì, schernito e insultato da più operatori. Fatti che “lasciano senza fiato”, scrive il gip di Termini Imerese nell'ordinanza in cui ha disposto 35 misure cautelari, parlando di "torture sistematiche che aggravavano la loro condizione mentale" e "devastavano il corpo” dei disabili che ne erano vittime

Francesco gridava, implorando di andare a casa: “Va fa’ ‘nto culu”, gli rispondeva Pietro Butera, l’operatore sanitario della struttura per disabili Suor Rosina La Grua, di Castelbuono. “Cu vastuni…” (col bastone), continuava Butera rivolgendosi a Francesco, 42 anni, affetto da una grave forma di autismo, che nel frattempo tentava di rassicurarlo: “Faccio il bravo!”. “Fai il cornuto… cornu?”, chiedeva Butera. “…to”, completava lui, mentre era recluso nella sala relax, scalzo e al buio. Una stanzetta di dieci metri quadrati senza arredamento, dove veniva ristretto più volte dal personale della Suor Rosina. Spesso di notte, lasciato al buio per ore mentre chiedeva di andare al gabinetto: alla fine si faceva pipì addosso e veniva lasciato nella sua pipì, schernito e insultato da più operatori. Alle 4 del mattino Butera gli indicava: “pisciasti in tierra”, e continuava, insultandolo: “coglione”, “pinnolone”. Francesco a quel punto gli chiedeva di restare con lui e Butera rispondeva: “Ma va rumpimi a minchia, pinnuluni ca un si avutru (ma vai a rompermi la minhcia, minchione che non sei altro, ndr) veloce”, portandolo fuori dalla stanza.

Gli insulti degli operatori: “Nu mi cacare la minchia”, “Fai schifo” – Ma anche altri operatori sociosanitari si rivolgevano così al loro ospite disabile. Ecco Agostino Villaraut: “Statti docu (stai qui, ndr) e nu mi cacare la minchia”, gli intimava, “spegnendo la luce e lasciandolo al buio”, per poi rientrare alle 3. E riprendere a insultarlo: “va cuiccati cugghiuni… veloce… ora t’agghiri a cuiccari”. “Fai schifo… lordo e fitusu”, gli gridava, invece, Monica Collura. Succedeva quasi di continuo, ogni notte da agosto a novembre del 2020. Un contesto “a dir poco inquietante”, documentato dalle testimonianze, dalle telecamere e dalle videointercettazioni della Guardia di Finanza di Palermo. Un’indagine corposa nata dalla denuncia di un’ex direttrice sanitaria, che ha portato alla richiesta di misure cautelari della Procura di Termini Imerese, firmata dal pm Alessandro Macaluso e dal procuratore Ambrogio Cartosio. E accolta dalla gip, Angela Lo Piparo, che ha disposto la custodia in carcere per dieci persone, per sette gli arresti domiciliari, l’obbligo di dimora per altri cinque.

“Torture sistematiche, condotte inusitate di violenza” – Fatti che “lasciano senza fiato”, scrive il magistrato nell’ordinanza. “È davvero surreale il vissuto di 23 anime rinchiuse (letteralmente) fra le mura del centro residenziale per soggetti disabili Suor Rosina La Grua in Castelbuono”, molte “senza nessuna persona cara che li venga a trovare o che chieda notizie di loro”: “torture sistematiche che aggravano la loro condizione mentale e ne devastano il corpo”, “condotte inusitate di violenza, scherno, umiliazione”. I pazienti, “alcuni dei quali molto giovani – si legge – sono denutriti (la privazione del cibo è una delle “punizioni” che gli vengono inflitte), sono sottoposti a cure farmacologiche inadeguate che li riducono in stato comatoso minando ulteriormente la loro salute già cagionevole, vengono picchiati (a volte selvaggiamente presi a calci, a volte strattonati, abitualmente gli si tirano le orecchie o i capelli), abbandonati a se stessi nudi nel cortile o riversi per terra anche sotto la pioggia, lasciati sporchi e sovente puliti con guanti da cucina”.

Le frodi e le truffe sui rimborsi – Condotte “molteplici e gravissime”, emerse dall’inchiesta scaturita dalla denuncia di Caterina Saladino, direttrice della Suor Rosina onlus tra il 2017 e il 2020. Una struttura residenziale per pazienti con disabilità fisiche e psichiche che, in convenzione con l’Asp Palermo, eroga servizi di riabilitazione “a ciclo continuo” in favore di 23 ospiti con un budget di un milione di euro. Oltre alle torture, ai maltrattamenti e ai sequestri di persona, le indagini della Guardia di finanza hanno fatto emergere altre ipotesi di reato: la frode nelle pubbliche forniture (le prestazioni erogate erano ben lontane dagli standard) e la truffa aggravata ai danni dello Stato (per ottenere la liquidazione dei rimborsi)”. Nella denuncia, Saladino racconta che a un certo punto il direttore amministrativo le disse “che, a breve, ci sarebbe stato un controllo da parte di due funzionari dell’Asp di Palermo per verificare se la stanza di isolamento fosse a norma o meno. In effetti sono venuti due funzionari a fare il citato controllo che, naturalmente, ha avuto esito positivo. Più una volta”, però, aggiunge, “ho avuto modo di vedere che, in occasione dei controlli (…), il padre” del direttore amministrativo “accompagnasse i colleghi presso la struttura dell’associazione senza però partecipare alle attività ispettive”.

Il cocktail “devastante” di sedativi – I pazienti, inoltre, venivano pesantemente sedati. “Qualche giorno fa ho ricevuto alcuni messaggi da Fiorenza Sottile, fisioterapista presso l’associazione”, raccontava Saladino ai pm, “che mi informava che presso la struttura si va avanti con punture di Largactil (un neurolettico) e di En (un potente tranquillante, un sonnifero utilizzato anche come ansiolitico). Si tratta di farmaci che non ho mai somministrato ai pazienti nei tre anni in cui sono stata direttore sanitario. Soprattutto se somministrati insieme hanno un effetto devastante“. Mentre i soldi ricevuti per la convenzione servivano anche per pagare spese personali: “Spese di rifornimento di automezzi Mercedes” nella disponibilità di privati, “nonché spese per cene presso ristoranti o di soggiorni presso strutture alberghiere”, o una “spesa al supermercato di più di 500 euro”. La onlus, conclude la gip, era gestita come una vera e propria “attività d’impresa gestita dalla famiglia composta da Gaetano Di Marco, Antonietta Russo, Maria Carla Di Marco, Maria Cristina Di Marco e Chiara Di Marco”.