Politica

Lo sciopero generale in un Paese stordito dalle larghissime intese è un terremoto

La pax draghiana che in questi mesi, complici i mezzi di informazione, ha usato i no vax come grande arma di distrazione di massa è spezzata. È spezzata da un evento di massa, vero, corporeo, che si sentirà in tutto lo stivale e nelle isole. Lo sciopero generale di due grandi sindacati, la Cgil e la Uil, entrambi con un radicamento capillare. Due dei pochi corpi intermedi di massa presenti in Italia.

I sindacati confederali chiamano tutte le lavoratrici e i lavoratori e non solo a scioperare giovedì 16 dicembre, lo slogan è “insieme per la giustizia”. Giustizia fiscale, giustizia sociale. Ogni sciopero generale è uno sciopero politico. Anche questo è uno sciopero politico. Non che il sindacato non difenda una parte precisa della società, e cioè coloro i quali vivono del proprio lavoro. Difendendo una parte della società, però, difendono e rappresentano interessi generali. In un mondo stordito dalla pandemia e dalle larghissime intese, è un terremoto.

La materialità dello sciopero è semplice, elementare: perché riformare le aliquote fiscali favorendo i redditi medi e alti, e lasciando fuori l’85% delle lavoratrici e dei lavoratori? Il sindacato fa il suo mestiere, e sciopera per difendere quell’85%. Sullo sciopero piovono critiche demolitrici, in un senso e nell’altro.

Da una parte l’intero arco parlamentare, con poche meritevoli eccezioni, difende Draghi e bolla come “incomprensibile”, “inopportuno” e “dannoso” lo sciopero. In prima fila Salvini. Scusate, ma se un sindacato non sciopera e non usa tutte le armi a propria disposizione per difendere i suoi referenti sociali ed i suoi aderenti, cosa ci sta a fare? Il problema è esattamente il contrario: il problema è che in Parlamento non c’è nessuno, o quasi, che rappresenta quell’85% di lavoratrici e lavoratori che dalla riforma fiscale ci guadagna niente o una miseria, se confrontato con gli altri.

Dall’altra c’è chi critica lo sciopero per la debolezza della sua piattaforma e la pavidità delle sue istanze, nonché perché è l’intero impianto della legge di stabilità che andrebbe rispedito al mittente. I sindacati confederali hanno sicuramente tanti limiti, e la Cgil con la sua conferenza di organizzazione attualmente in corso sta provando ad autoriformarsi. E la piattaforma dello sciopero è sicuramente influenzata dal contesto politico, che non è dal sindacato determinato. Ma quei sindacati confederali, che hanno preso una strada diversa rispetto alla Cisl, rimangono organizzazioni di massa, sono un “paese nel paese”, con le loro contraddizioni ma anche con la capacità di essere popolo per davvero. Proviamo a non dimenticarlo, magari aggiungendoci un nuovo impegno sindacale, in qualunque sigla o forma esso sia. Già essere in piazza il 16 potrebbe essere un bel segnale.

Lo sciopero generale guarda all’oggi, ma guarda anche al domani, e guarda a Bruxelles. In una fase storica in cui, in mezzo a mille contraddizioni e spinte contrarie, a Bruxelles si discute di direttiva sul salario minimo e sulla contrattazione (così importante in Europa centrale e orientale) e fa capolino una “Europa sociale”, lo sciopero del 16 dicembre è un messaggio e un momento di lotta per tutta l’Europa. Vogliamo voltare pagina in Europa, e relegare ai libri di storia l’austerità e l’attacco ai diritti dei lavoratori, e rifondare il “modello sociale europeo”, o vogliamo riprendere il vecchio schema neoliberista dei tagli allo stato sociale?

Tra vedere e non vedere, il 16 si scioperi e si scenda in piazza. Il tempo per affondare il colpo e per allargare il fronte c’è, e però dal 16 partiamo.