Cultura

Abbiamo incontrato Valerio Corzani, fotografo e musicista, e discusso di ‘Geometria dell’incanto’

“Ci sono giornate in cui si vorrebbe vivere dentro una fotografia”, scrive il musicista Massimo Zamboni nel saggio che apre il libro fotografico, Geometria dell’incanto (Treccani, 2020) del fotografo, giornalista e musicista Valerio Corzani. E, in effetti, guardando questi scatti viene voglia di entrarci dentro, di vivere il momento che ha vissuto il fotografo in quell’istante.

Il libro è il racconto fotografico di tanti viaggi nella bellezza d’Italia, la raccolta comprende cinquanta foto, accompagnate da una canzone e da una breve didascalia dell’autore. Un viaggio nella luce che svela forme e linee creando geometrie inconsuete e affascinanti. “L’intento era quello di documentare la bellezza attraverso le forme geometriche – spiega l’autore – scovare affinità perimetrali e rendere inconsueto un paesaggio, o un dettaglio, proprio grazie a questo taglio, a questa poetica dello sguardo così particolare.”

Un viaggio che si fa introspettivo nell’invitare l’osservatore a riflettere e a riflettersi nelle forme di un mondo che contribuiamo a creare.

La presenza dell’uomo si percepisce quasi esclusivamente attraverso le sue opere, perché questa scelta?
È vero, non ci sono ritratti e, in genere, pochissime persone: cinque (3+2) a Venezia, due figure solitarie a Roma (in lontananza), una coppia in Valle d’Aosta… sempre mimetizzate nel paesaggio o nel gioco di linee della messa in scena. Ma i talenti delle persone, le loro invenzioni, il loro passaggio, quelli ci sono spesso, anche se non c’è nessuno. In una delle fotografie del paesaggio alpino di Chamois o in quella del tramonto sul porto di Genova l’uomo non c’è, ma ci sono i suoi ‘artifici’ (che bellissima parola…) a determinare il carisma e gli equilibri dell’immagine. Cosicché mi piacerebbe che questo non fosse solo un viaggio nelle ‘geometrie dell’incanto’ di un pezzo d’Italia, ma anche in quelle della sua gente.

Cosa ti affascina delle forme geometriche?
La geometria è la misura della terra, lo studio delle forme nel loro assestarsi in un piano e in uno spazio. Orientarsi nello spazio – percepire un oggetto attraverso la sua forma – minimizzare gli spostamenti: sono abilità geometriche che usiamo ogni giorno, in ogni nostra azione, in ogni sguardo. Io ho solo messo l’evidenziatore (un evidenziatore sottinteso) a questi processi perché alle volte queste caratteristiche sono sotto gli occhi di tutti e si svelano spudoratamente; altre volte bisogna saperle scovare. Il bottino di questa ricerca è quella che il grande Giò Ponti chiama “la bellezza matematica delle cose” ed è per questo che nel titolo del volume alla parola “geometria” ho accostato la parola “incanto”.

La ricerca delle geometrie coincide con la ricerca di un equilibrio anche interiore?
Platone faceva entrare nell’Accademia solo chi aveva dimestichezza con la geometria. Non si tratta di un esercizio arido o puramente tecnico, nonostante generazioni di cattivi maestri e di cattivi professori abbiano allontanato i loro studenti da queste discipline. Simmetrie, linee, ellissi, figure piane, poliedri, frattali sono simulacri e metafore di quel che ci fa orientare nel mondo. La chiave di tutto è comunque la luce che permette di evidenziare i volumi, i dettagli, lo spazio. Leggevo qualche giorno fa un articolo sulla carrozzeria Bertone, che nella sua sede alle porte di Torino, disponeva di un giardino appartato dove poteva valutare l’effetto della cromatura o del taglio di un parafango sulle automobili che venivano lavorate. Un giardino per “valutare” i colori e le forme alla luce del sole: mi sembra un modo di lavorare affine al mio. Cerco di prendermi cura dei colori e delle forme prendendomi cura della luce.

Ci sono cose che avresti voluto fotografare e non ci sei riuscito?
Ci sono foto che mi sfuggono continuamente. Io guardo sempre le cose pensando che potrei fotografarle, ma non sempre le circostanze te lo permettono. Migliaia di scatti ci sfuggono di mano ogni giorno, semplicemente perché stiamo guidando, perché siamo su un treno che attraversa velocissimo uno scenario o perché accadono cose che poi non possono accadere più. Ho imparato a essere fatalista da questo punto di vista, ma ancora mi resta un po’ di “vedovanza” quando capisco che uno scatto bellissimo me lo sono perso per le circostanze, perché qualcuno ha fatto una smorfia che non rifarà, perché un uccellino è volato via, perché non avevo la mia Canon con me o semplicemente perché si era scaricato l’iPhone.

Qual è la tua foto preferita e perché?
E’ una delle tre di Ortigia. Poche altre volte ho trovato un mare piatto e imbalsamato come quello di quella foto, nel bel mezzo di un tramonto estivo quasi concluso. Ho scattato la fotografia da un battello dove si sta celebrando un rave party dell’Ortigia Sound System. Quasi non ci si crede: dalla parte della macchina fotografica c’è un pandemonio felice di suoni, tuffi e schiamazzi, dall’altra questo silente paesaggio pastello, con una linea obliqua di boe, che sembra una sfilata di suore. E’ un piccolo trip, un paesaggio metafisico che non mi stanco di guardare e riguardare. E’ una foto che forse appenderò in camera dopo che questo libro si sarà trasformato in mostra e le foto infine mi torneranno indietro incorniciate e in formato 100×70.

Come fai tra infinite inquadrature e scegliere quella giusta?
Per scattare una fotografia bisogna comportarsi come quando si va al cinema. C’è chi sceglie un posto in ultima fila, perché così è sicuro di capire meglio. E c’è chi, per un motivo analogo ma opposto, fa come me, che al cinema chiedo sempre un posto “abbastanza avanti centrale”. Da lontano cogli con difficoltà i volti e le espressioni, ma percepisci le strutture d’insieme con molta più consapevolezza. Ovviamente in realtà capisci altre cose, ovvero più la logica del sistema che non le sue singole manifestazioni. L’altra postazione, quella più a ridosso dello schermo, la si cerca forse per ottenere l’illusione di un’immersione nel dettaglio, di un’esplorazione capillare, di un punto di vista che permetta di scandagliare appunto, il ‘frammento’. Sono due approcci alla conoscenza diversi; non che uno sia giusto e l’altro sbagliato, è che cercano cose diverse. E non credo che si possano sommare, sono proprio due prospettive incommensurabili. Questa scelta è dirimente. Spiega e istiga il risultato. Il bello, con la macchina fotografica, è che si tratta di una scelta dinamica, che puoi variare di continuo, mentre al cinema il posto scelto sarà sempre quello definitivo, così come la nostra prospettiva sulla prospettiva del regista. A chi scatta fotografie questa goduria è concessa ogni volta che imbraccia la macchina fotografica. Le opzioni d’inquadratura, di luce e di zoom forniscono un bacino di possibilità e di opzioni pressoché infinito.

Com’è nata l’idea della colonna sonora delle foto?
La gallery è fatta di cinquanta fotografie che arrivano da una ventina di posti diversi, cinquanta scatti a cui ho aggiunto una breve riflessione e appunto un brano musicale (rigorosamente made in Italy, con escursioni dilatate che ci portano da Claudio Monteverdi a Ivano Fossati, da Nino Rota a Le luci della centrale elettrica). Il tentativo è quello di spiegare ancora meglio il contesto o semplicemente identificare l’aura di un luogo. È un escamotage che rende il viaggio di questo volume ancor più agglomerante, una raccolta di brani musicali piuttosto babilonica, sempre a disposizione di coloro che sfogliano il libro, perché l’ho messa in una delle playlist “pubbliche” del mio profilo Spotify.