Televisione

Giampiero Galeazzi morto, nessuno come lui ha saputo attizzare il fuoco nazionalpopolare: ci mancherà

Spiritoso, dinoccolato, disinibito, comico, Galeazzi acquisisce i galloni dello show. Flirta spiritoso sul piccolo schermo con Mara Venier, poi comincia a raccontare, a farsi memoria dello sport e della televisione italiana. La malattia lo coglie e lo travolge ma non lo spegne

Facile chiamarlo “bisteccone”. Giampiero Galeazzi è morto. Aveva 75 anni. Phisique du role vero. Un po’ come Bud Spencer, Carlo Pedersoli, prima in acqua a colpi di bracciate, poi al cinema a menar le mani. Galeazzi era stato un buon canottiere in gioventù, campione nel singolo (1968) e nel due di coppia (1967). Circolo Canottieri Roma sulla scia di papà. Grandi bracciate e diaframma dilatato. Non uno che tirava i remi in barca, anzi. In quella brillante e straordinaria stagione della televisione pubblica italiana, ancora intonsa da marce e marcette dei privati e del digitale, Galeazzi era diventato giornalista sportivo competente e capace fin da subito (l’esordio nel 1972). Oltretutto mai troppo appoggiato sul sempiterno calcio. Pur amandolo, la Lazio in primis, Galeazzi, romanissimo di nascita, anche se di origini paterne novaresi, si era preso la sua popolarità tra anni settanta e ottanta più che altro commentando le nobili discipline olimpioniche. Nonché il tennis. Là nella buca del Foro Italico si fa largo tra Pietrangeli, Panatta, Barazzutti, Bertolucci, Zugarelli. La coppa Davis in Cile nel 1976 che sfugge in differita, poi tanti gioco, partita, incontro tra Roland Garros e Wimbledon. Timbro tonico ma volume abbassato a bordo campo, pause robuste oltre il 15-0 e il match point, Galeazzi fraseggia limpido per diverso tempo fino a quando assaggiato com’è il calcio con la Domenica Sportiva e 90esimo Minuto fa quello che si fa trovare al posto giusto nel momento giusto. La finale di canottaggio nelle due con alle Olimpiadi di Seul 1988 con i fratelli Abbagnale. Quell’“andiamo a vincere”. Il richiamo continuo ai fratelli “Giuseppe e Carmine”. O che dire di quella pura suspense di “Germania dell’Est dal finale incredibile” quando i giochi sono già fatti? Sono circa sei minuti di telecronaca tutti d’un fiato. Il vogatore che è in Giampiero torna in acqua per l’oro olimpico. Come i grandi strumentisti a fiato non lascia mai che ci sia una pausa di mezzo secondo nella cronaca. Inspira ed espira, inspira ed espira, respirazione diaframmatica, addominale e clavicolare, in totale simbiosi con il ritmo delle vogate degli Abbagnale. Nessuna distrazione. L’Italia chiamò proprio davanti a quella tv di mattina presto. “Controlla a destra, controlla a sinistra, e l’Italia taglia il traguardo” non sarà il “Campioni del mondo” di Martellini, ma diventa l’entusiasmo che attizza il focolare nazionalpopolare come nessuno da lì in avanti riuscirà a fare (Caressa fermo lì, grazie). Il “bisteccone” si fa poi totem negli anni e prende anche il posto di Paolo Valenti a 90esimo. Spiritoso, dinoccolato, disinibito, comico, Galeazzi acquisisce i galloni dello show. Flirta spiritoso sul piccolo schermo con Mara Venier, poi comincia a raccontare, a farsi memoria dello sport e della televisione italiana. La malattia lo coglie e lo travolge ma non lo spegne. “Per me il canottaggio è stato tutto. Rimango un canottiere anche se ho fatto il giornalista e l’uomo uomo di spettacolo”, ha ricordato nella sua ultima intervista proprio a Domenica In dalla Venier. Il giorno della dedica all’amico di ogni battaglia, il collega di barca, Giuliano Spingardi: “Tu rinforzavi in acqua e io ti seguivo quantunque fossi un capovoga, arriviamo insieme ai 2500, tutta la vita”.