Mafie

Omicidio di mafia a Bari, 9 arresti nel clan Parisi-Palermiti: c’è anche il capo della Polizia locale di Sammichele

Le misure scattano a 3 anni dall'agguato iniziato nel quartiere Carbonara e terminato nei pressi dello stadio San Nicola. Tra gli arrestati c'è anche il comandante della Polizia locale di Sammichele di Bari, Domenico D’Arcangelo: a quanto si apprende avrebbe creato un alibi a tavolino per una delle persone coinvolte nell'omicidio, costringendo una sua agente a redigere un verbale falso

Venne crivellato di colpi mentre era in auto con il fratello, rimasto anche lui ferito, nel quartiere Carbonara di Bari. A tre anni di distanza dall’agguato, la procura Antimafia del capoluogo pugliese ha chiesto e ottenuto la custodia cautelare per 9 persone, presunti capi e affiliati del clan Parisi-Palermiti, ritenuti responsabili, a vario titolo, dell’omicidio aggravato dal metodo mafioso del 24enne Michele Walter Rafaschieri e del tentato omicidio del fratello Francesco Alessandro, 34 anni. Tra gli arrestati c’è anche il comandante della Polizia locale di Sammichele di Bari, Domenico D’Arcangelo: a quanto si apprende non sarebbe direttamente coinvolto nel delitto, ma avrebbe favorito alcuni pregiudicati.

I fratelli Rafaschieri rimasero vittima di un conflitto a fuoco attorno a mezzogiorno: la sparatoria cominciò nel rione Carbonara e si concluse nei pressi dello stadio San Nicola con un incidente stradale che coinvolse due mezzi, uno dei quali era delle persone interessate dall’agguato. Walter e Francesco Rafaschieri erano a bordo di una moto Onda X Adv quando, da un’automobile Renault Laguna, i killer iniziarono sparare colpi di arma da fuoco nel tentativo di uccidere i due fratelli.

D’Arcangelo – stando all’accusa – avrebbe indotto una sua agente a redigere un verbale falso di violazione al codice della strada per attestare la presenza a Sammichele di Bari di Giovanni Palermiti, detto Gianni, figlio del capo clan Eugenio, nel giorno e nell’ora dell’omicidio. In questo modo avrebbe consentito a Palermiti di costituirsi un alibi. Secondo gli investigatori, D’Arcangelo era consapevole del ruolo del Palermiti nella compagine criminale del quartiere Japigia di Bari.

In cambio avrebbe ricevuto un cellulare del valore di 800 euro ed una somma non accertata, ma elevata, di denaro. Per niente affatto pentito delle sue azioni, in occasione delle indagini, e sapendo che la sua agente era stata interrogata dagli investigatori, avrebbe pronunciato frasi in equivoche rilevate dalle intercettazioni “Quelli non hanno le prove… se no avrebbero già fatto”. E avrebbe detto alla sua agente: “Tu dì non mi ricordo, ripeti la teoria che non ricordi niente”.