Diritti

Il prof Barbero tenta di propinarci il Medioevo nella versione maschilista 2.0

Magari fosse la prima volta, si sa, “siamo così, dolcemente complicate, sempre più emozionate, delicate”. Se l’abbiamo perdonata (forse) alla Mannoia, uno storico che afferma che l’insuccesso delle donne è dovuto a una carenza di aggressività, sicurezza di sé e spavalderia, fa decisamente soffrire di più. Su La Stampa hanno chiesto al professor Barbero come mai le donne faticano a ricoprire ruoli di potere e a fare carriera… la risposa non era difficile, anzi, ce n’era più di una giusta.

Il prof avrebbe potuto dire che la responsabilità è di una società che ha scaricato per secoli solo sulle donne il peso della famiglia, facendo sì che non potessero mai mettere la carriera al primo posto. Basta pensare ai dati sulle dimissioni dei neo-genitori del 2020: quasi nell’80% dei casi si tratta delle madri. Barbero avrebbe potuto dire anche che non c’è alcuna motivazione logica che giustifica il gender pay gap, cioè il fatto che per lo stesso lavoro le donne tendono a guadagnare sempre una piccola percentuale in meno rispetto agli uomini e che l’unica spiegazione a questo fenomeno risiede nella convinzione storica e patriarcale che l’impegno, il tempo e i risultati delle donne – a prescindere – non siano paragonabili a quelli degli uomini. E da uno storico mi aspetto, suvvia, che possa almeno essere consapevole del fatto che seppur quell’aggressività femminile dovesse mancare, è a causa dell’educazione che abbiamo ricevuto per secoli: composte, educate, carine. Ancora ci tocca leggere sugli annunci di lavoro “bella presenza acqua e sapone”, per fare le segretarie, le cameriere, le PR. E se siamo aggressive, quasi sempre ci viene detto invece che siamo “isteriche”, se valorizziamo la carriera siamo “madri poco presenti” e se siamo spavalde e sicure di noi sul posto di lavoro, al 99% ci chiameranno – più semplicemente – “stronze”. I problemi strutturali a occhio e croce ce li ha il sistema, non le donne.

Mi correggo, Barbero non li chiama problemi, ma cita delle presunte “differenze strutturali tra uomini e donne”. Allora questa distanza è un fatto biologico? Le donne hanno un carattere debole e sono inadatte al potere? Pericoloso avventurarsi per questa strada, un tempo c’era chi ne faceva convinte locandine pubblicitarie che oggi – mi auguro – darebbero il voltastomaco a qualunque persona sana di mente.

Non credo ci si riferisca a questo, quindi, a meno che non si intenda che c’è di mezzo una volontà divina di tenere le donne sotto scacco. Con tutti i fascisti che abbiamo in giro ultimamente, ci manca solo che dio sia uno di loro.

Dunque, la distanza non è in natura. È venuta a crearsi attraverso un interminabile monopolio del potere, un gioco tutto al maschile al quale le donne hanno preso parte come corpo sociale solo da poco più di un secolo. Vorrei essere ottimista come Barbero, quando aggiunge che dovrebbero essere bastati i passi in avanti degli ultimi cinquant’anni a cancellare divario e violenza di genere. Magari, se così fosse vivremmo liberə da razzismo, fascismo, maschilismo e omobitransfobia. Tutta la narrazione che il maschio bianco etero cisgender di mezza età ci ha fatto interiorizzare, invece, è molto più complicata da sradicare, soprattutto finché nei luoghi di potere ci saranno sempre e solo i suoi simili in maggioranza.

Spiace che quella che consideriamo l’élite intellettuale del paese cada su banalità che diamo per assodate. Barbero continui ad occuparsi del Medioevo che ha saputo farci amare, però possibilmente senza propinarcelo in versione maschilista 2.0.