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Giulio Regeni, Di Maio: “Progressi con Egitto insufficienti, ma loro collaborazione in alcuni casi utile. Normalizzazione? Non c’è stata”

Il ministro è stato sentito per la seconda volta in poco più di un anno nel corso dell'ultima audizione della commissione d'inchiesta che entro fine anno presenterà la propria relazione definitiva. Pur ammettendo che gli sviluppi recenti sulla vicenda rimangono insufficienti, non ha condannato il comportamento delle autorità del Cairo

È una valutazione in chiaroscuro quella che il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, ha fornito riguardo alla cooperazione e al ruolo svolto dalle autorità egiziane nella ricerca di verità e giustizia per Giulio Regeni. Intervenuto per la seconda volta in poco più di un anno davanti alla commissione d’inchiesta presieduta dal deputato Erasmo Palazzotto, il capo della Farnesina ha infatti giudicato “insufficienti i progressi ottenuti ultimamente” e “deludente” la relazione consegnata dal procuratore generale egiziano all’ambasciatore Cantini. Ma sottolinea che, a suo avviso, dal Cairo sono stati forniti elementi “utili” per le indagini della Procura di Roma e che, soprattutto, non vi è stato alcun processo di normalizzazione, rilevato invece dai componenti della commissione, tra Italia ed Egitto.

Il ministro degli Esteri ha iniziato la sua relazione sottolineando un aspetto che ha poi ripetuto nei suoi interventi successivi: l’importanza del lavoro svolto dalla diplomazia italiana per chiedere la collaborazione dell’Egitto nella ricerca di verità. Un lavoro che, spiega, è stato fondamentale per riallacciare i rapporti tra le Procure di Roma e del Cairo che stavano svolgendo indagini parallele. Vista la mancata risposta alla rogatoria inviata dall’Italia, nella quale si chiedevano gli indirizzi dei cinque agenti dei servizi di sicurezza indagati (di cui quattro rinviati a processo), e soprattutto le divergenze sullo svolgimento delle indagini, ha spiegato, le strade delle due procure sono tornate a dividersi. Ma “da parte egiziana si è preso atto della conclusione delle indagini preliminari italiane nel rispetto delle decisioni che verranno assunte in autonomia dalla Procura della Repubblica di Roma”.

Una frase, quest’ultima, che in realtà non è in linea con la nota diffusa nel dicembre 2020 proprio dal procuratore generale egiziano, Hamada Al Sawi, nella quale, oltre a difendere la posizione dei quattro imputati e a spingere ancora verso la tesi della banda di rapinatori, che si è già ampiamente dimostrato essere un depistaggio messo in atto con ogni probabilità dai vertici della sicurezza egiziana, si attacca l’operato dei magistrati romani. “Tutto ciò che l’autorità italiana ha evocato sui quattro ufficiali e sottufficiali del settore della sicurezza nazionale egiziana è basato su false conclusioni illogiche – si legge nel comunicato – ed è contrario a tutti i fondamenti giuridici internazionali e ai principi del diritto che necessitano la presenza di prove certe nei confronti dei sospettati. Le autorità italiane hanno fatto il collegamento fra prove ed atti in maniera scorretta“, circostanza “che ha causato una percezione difettosa degli eventi e una perturbazione della comprensione della natura del lavoro degli ufficiali di polizia, delle loro procedure e della natura dell’inchiesta compiuta sul comportamento della vittima”.

Il ministro ha poi precisato che “il rapporto con le autorità giudiziarie egiziane nello svolgimento delle indagini è stato altalenante, ma resta il fatto che tali autorità hanno fornito ai colleghi italiani documenti utili a individuare i quattro imputati. Tra questi ricordo il fascicolo dell’indagine, il video del dialogo tra Giulio Regeni e il sindacalista degli ambulanti Abdallah, i tabulati telefonici e il traffico delle celle in alcune zone. Merito della nostra diplomazia, visto che tra Italia ed Egitto non sono in vigore accordi di cooperazione giudiziaria“. Anche secondo lui, comunque, “i progressi ultimamente ottenuti risultano insufficienti”, mentre “il memorandum consegnato a giugno dal procuratore generale egiziano al nostro ambasciatore è stato francamente deludente”.

L’audizione, quella che conclude il lavoro della commissione d’inchiesta sull’uccisione di Giulio Regeni, in attesa della relazione conclusiva che sarà prodotta entro la fine dell’anno, era però iniziata con la lettura da parte del presidente Palazzotto di un intervento molto duro nei confronti del Cairo e anche della gestione dei dei rapporti da parte del governo italiano con il Paese del presidente Abdel Fattah al-Sisi. Nell’intervento, il deputato ha dichiarato che l’instabilità dell’Egitto è dovuta prima di tutto al suo stesso governo, ha aggiunto che da parte dell’Italia ha ravvisato un doppiopesismo in tema di diritti umani tra i Paesi ritenuti dei competitor commerciali o geopolitici, come Russia o Cina, e altri che invece sono visti come dei partner, come Egitto, Arabia Saudita o Emirati Arabi. Ha inoltre stigmatizzato il fatto che nell’ultimo incontro avvenuto tra la diplomazia italiana e una delegazione egiziana si sia parlato di numerosi aspetti, ma non del caso Regeni. “Questo – ha concluso – dimostra come sia ormai in atto un percorso di normalizzazione dei rapporti bilaterali tra Italia ed Egitto. È normale che a questi incontri non prendano parte rappresentanti di governo? È normale che non si parli del caso Regeni?”.

Una lettura che Di Maio, sollecitato anche dalle domande degli altri membri della commissione, ha totalmente respinto: “Io non ravvedo assolutamente normalizzazione”. A domanda di Palazzotto su cosa lo porti a fare un’affermazione del genere, a parte la mancata convocazione del Business Council italo-egiziano, il ministro puntualizza di riferirsi solo al periodo durante il quale ha ricoperto il ruolo di ministro degli Esteri (da settembre 2019) e spiega che “i rapporti bilaterali si sono tenuti esclusivamente su temi internazionali e securitari, per non aggravare alcune situazioni come il contesto libico o la tregua tra Israele e Hamas, ma nessuno di questi incontri aveva lo scopo di implementare rapporti commerciali tra Italia ed Egitto”. Per tutto il resto, “abbiamo avuto solo incontri multilaterali e il numero di eventi al quale abbiamo partecipato è inferiore rispetto a quello degli altri Paesi nordafricani. Non sono state avviate iniziative congiunte culturali, economiche, commerciali o di cooperazione rafforzata. E infine, l’andamento degli accordi commerciali italo-egiziani non è legato all’attività dei governi”. Frase, anche questa, che contrasta con la scelta dell’allora presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, che a giugno 2020, quando Di Maio era già alla Farnesina, diede il via libera alla vendita delle due fregate Freem ‘Spartaco Schergat’ ed ‘Emilio Bianchi’ alla Difesa egiziana.

Twitter: @GianniRosini