Mondo

Su Facebook si reclutano narcotrafficanti, si schiavizzano donne, si organizzano gruppi armati. Ma il social non muove un dito

Quarta puntata dell'inchiesta sul social realizzata dal Wall Street Journal che ha avuto accesso a documenti interni del gruppo. Anche in questo caso Facebook dice una cosa ma poi fa l'opposto. Qualsiasi cosa viene tollerata purché porti utenti, traffico ed introiti pubblicitari. La piattaforma usata per reclutare sicari, vendere donne, incitare all'odio, commerciare armi, favorire regimi

Cartelli della droga messicani, trafficanti di essere umani mediorientali, gruppi armati africani. C’è di tutto nei post pubblicati su Facebook ed Instagram. L’azienda lo sa ma, come al solito, fa poco o nulla per contrastare il fenomeno. È quanto emerge dalla quarta puntata della lunga inchiesta che il Wall Street Journal sta dedicando al gruppo di Mark Zuckerberg dopo aver avuto accesso a documenti interni della società. Eppure sono gli stessi dipendenti a bussare allarmati alla porta del capo. Ma la risposta è stata inadeguata o del tutto assente.

I dipendenti hanno segnalato come i trafficanti di esseri umani in Medio Oriente abbiano usato i siti per attirare alcune donne in situazioni di lavoro abusivo in cui sono state trattate come schiave o costrette a prestazioni sessuali. Hanno avvertito che alcuni gruppi armati in Etiopia hanno usato il sito per incitare alla violenza contro le minoranze etniche. Hanno inviato avvisi ai loro capi risultanze sulla vendita di organi, sulla pornografia e sull’azione del governo contro il dissenso politico, e sulla pratica di narcotrafficanti sudamericani di arruolare “manovalanza” tramite il social.

Come in tutte le altre situazioni evidenziate dal quotidiano della finanza newyorkese, le posizioni ufficiali di Facebook divergono profondamente da quello che è poi il suo vero comportamento. Qualche pagina è stata rimossa, molte altre restano dove sono. La società ha affermato di aver eliminato i post controversi ed offensivi. Tuttavia non ha corretto il sistema che ne consentiva la pubblicazione. Al solito la fidelizzazione degli utenti ha avuto la priorità su qualsiasi altra considerazione. Anche perché, a differenza che nei paesi più ricchi dove spesso sono in vigore regole più stringenti e controlli più attenti, la politica di Facebook negli stati via di sviluppo è molto lassista.

Facebook considera i danni provocati nei paesi meno ricchi come un semplice “effetto collaterale” dell’ essere presente anche in queste aree, ha spiegato uno degli ex vicepresidenti della società Brian Boland. Nulla di cui preoccuparsi, nonostante si tratti delle aree che mostrano il più alto tasso di crescita degli utenti. Gli sforzi in tema di sicurezza si concentrano invece sui mercati più ricchi. Le aree del mondo in via di sviluppo contano già centinaia di milioni di utenti di Facebook in più rispetto agli Stati Uniti: ormai oltre il 90% degli iscritti alla piattaforma si trova al di fuori degli Usa e del Canada. MA soprattutto si tratta di zone dove, a differenza di Usa ed Europa, le iscrizioni aumentano e dove Facebook è il principale canale di comunicazione online e fonte di notizie

Come racconta il Wall Street Journal molte delle sono emerse da un’indagine interna condotte da un ex membro della polizia assunto da Facebook. Il team di cui è responsabile si è concentrato soprattutto sulle pagine Facebook “Cjng”, l’abbreviazione di Cartél Jalisco Nueva Generación, organizzazione messicana di legata al commercio di droga. Il team ha identificato i soggetti chiave del gruppo, ha monitorato pagamenti effettuati ai sicari e ha scoperto come stavano reclutando adolescenti poveri da trasferire in appositi campi di addestramento per trasformarli in killer. Sono stati portati all’attenzione dell’azienda post da cui emergeva il rischio di percosse o assassinio per i teenager che tentavano di fuggire dal campo di addestramento. Il social ha ospitato pagine in cui compaiono pistole placcate in oro e/o sanguinose scene criminali. Nonostante le sollecitazioni del team investigativo interno, la società ha rimosso solo alcune delle pagine segnalate, e, in diversi casi ha poi lasciato che riapparissero.

Un altro caso emblematico riguarda l’India, dove Facebook contra 300milioni di utenti. Il team interno del gruppo ha creato nel 2019 un finto profilo di donna indiana per testare il tipo di interazioni che venivano suggerite all’utente virtuale dall’algoritmo del social. Il risultato è stato sintetizzato con la parola “incubo”. “Il flusso di notizie ricevute dal profili di prova è rapidamente diventato una raffica continua di contenuti nazionalisti estremi, disinformazione, violenza e sangue”, si legge nel rapporto. Il servizio video Facebook Watch, inoltre, “sembra consigliare un sacco di video soft porno“. Dopo che un attentato suicida ha ucciso dozzine di ufficiali paramilitari indiani, e l’India ha incolpato il Pakistan, al profilo venivano suggeriti disegni raffiguranti decapitazioni e foto che lasciavano intuire l’immagine di un torso mozzato di un uomo musulmano. “Ho visto più immagini di persone morte nelle ultime 3 settimane di quante ne abbia viste in tutta la mia vita”, ha scritto uno dei ricercatore.