Società

L’avvento della ‘Facebook Science’ e i pericoli dell’uso indiscriminato dei social accademici

In un libretto pubblicato poco prima della pandemia, lamentavo l’inarrestabile, ineluttabile, inesorabile avvento della Big Brother University (Morte e resurrezione delle università, 2019). I vecchi si lamentano e, quando sono genovesi di nascita e tradizione, mugugnano sempre: se il tempo è relativo, per loro i bei tempi lo sono anche di più.

Perciò, l’avvento della Facebook Science m’infastidisce ancor più della Big Brother University: “pessimismo e fastidio” è il tormentone che biascico spesso, lo stesso che veniva ruminato da uno dei più intelligenti comici genovesi di fine secolo scorso, Claudio Nocera. Piattaforme social come Facebook, Twitter e YouTube, hanno favorito la dipendenza degli utenti fornendo loro i contenuti più oltraggiosi e avvincenti, incluse le teorie cospirative e complottistiche più risibili. Nel 2018, il New York Times aveva battezzato YouTube con “The Great Radicaliser” per aver consentito che un algoritmo di riproduzione automatica trasportasse gli spettatori in una oscura tana di clip, dove si potevano guardare i contenuti più estremi, da un raduno di fedeli di Donald Trump alla negazione dell’Olocausto.

Studiosi di fama hanno speso fiumi di parole sulla manipolazione da parte di social e motori di ricerca e dei loro algoritmi di indirizzo e raccomandazione, soprattutto in tema di riservatezza, privacy, adulterazione politica. Non va però sottovalutata la deriva culturale che, in modo automatico, ne scaturisce. Quasi automaticamente.

Qualche scienziato si sta accorgendo che il mondo scientifico è molto vulnerabile e manipolabile. Non sarebbe una novità, ma lo diventa nel contesto social. La ricerca bibliografica è ormai guidata dagli algoritmi, attraverso gli strumenti di ricerca, indirizzo e raccomandazione; come quelli adottati, per esempio, da Google Scholar, ResearchGate e Mendeley Suggest. Tutti noi siamo felici di usare questi strumenti: ogni settimana, da quando esiste, ResearchGate si complimenta con me in quanto ricercatore più letto del mio dipartimento. E mi fa ingrassare di un etto. Si spiega così la mia stazza imbarazzante, un rapporto altezza peso del tutto sgradevole.

Naturalmente, tutto ciò nasce come cosa buona e giusta. Gli algoritmi potrebbero rendere più facile scoprire le gemme scientifiche pubblicate di nascosto su riviste un po’ trascurate, offrendo altresì agli studiosi un utile vaglio. Siamo sopraffatti da oceani di pubblicazioni, disciplinari e non, per via del publish or perish, l’ossessione di cui si parla spesso. Ma se sono le macchine, non le persone, a decidere quali articoli un accademico deve leggere, le conseguenze per la validazione, il consenso e la scoperta scientifica potrebbero risultare devastanti.

Dobbiamo imparare da ciò che è accaduto su Facebook, Twitter e altri social media. La scienza non è immune dai pericoli che i social hanno messo in luce negli ultimi anni, compresi quelli dilatati dalla pandemia. Quanto è successo nei social generalisti può capitare anche con i social network accademici.

Nell’era pre-internet, gli scienziati conoscevano nuove idee, proposte, orientamenti attraverso le conferenze, seminari, assemblee, dove le novità scientifiche subivano un vaglio critico. E, non ultimo, tramite le imbeccate dei colleghi, il passa-parola e le riviste stampate su carta, sia disciplinari, sia di più ampio respiro, come Nature e Science. Gli studiosi usano ancora questi canali. E non tutti gli avvisi digitali che riceviamo sono algoritmici: alcuni sono solo richiami a nuovi articoli di una particolare rivista, pubblicità vera e propria. Purtroppo, vuoi per curiosità o spocchia personale, vuoi per seguire la corrente, accettiamo in modo acritico ogni intrusione.

Non conosco indagini specifiche, ma è facile immaginare che i social scientifici e accademici ci fotografino così come fanno quelli generalisti. Se esploro internet alla ricerca di un’auto, Facebook mi propone una moltitudine di offerte per quel tipo di auto, spesso del particolare modello dei miei sogni. Non mi dispiace, anzi lo trovo più utile delle chitarre o dei sanitari che Facebook mi propone in alternativa. Ma ricordo con nostalgia il caro, vecchio, fraterno amico Fred, sfasciacarrozze di Fort Collins, Colorado, che mi procurava a buon mercato auto da favola, quasi sempre funzionanti. Indossava a ogni ora un cappello Stetson che sospetto avesse rubato a John Wayne.

Molti e sfaccettati sono i pericoli culturali dell’uso indiscriminato e acritico dei social accademici. Ne riparlerò senza dubbio più avanti. Il più consistente è la caduta della originalità scientifica, già innescata dal trionfo della Big Brother University. Non va nemmeno sottovalutata l’umiliazione di un altro fattore chiave del progresso scientifico, quell’associazione di casualità e fantasia che chiamano serendipity, in omaggio a Voltaire e Walpole.

Grandi scoperte sono frutto di casualità, una opportunità accolta e coltivata con curiosità e sapienza da menti più inclini a coltivare la fantasia dell’intuizione che la concretezza della deduzione. La lista è lunghissima, dalla penicillina al Viagra. La gestione manageriale della scienza, spesso basata sulla prevaricazione, ha affossato molte occasioni di serendipity. L’abuso dei social accademici può posare la pietra tombale.