Diritti

Gino Strada era un militante. Uno che si è sporcato le mani per quello in cui credeva

Gino Strada è la Milano migliore, è il Sessantotto migliore, è la dimostrazione che l’utopia non è ingenuità ma fede creatrice.

Ebbene sì, me lo ricordo in manifestazione con il casco in testa prima che col camice verde del medico di guerra. Militante non ha mai smesso di esserlo, per sua e nostra fortuna. Nelle commemorazioni odierne troppi sorvoleranno sul suo radicalismo burbero e finanche litigioso, disinteressato agli equilibri della sinistra ufficiale, dominato dall’urgenza del fare. Fare bene. Fare del bene. Prestare cura.

Riuniva generosità e ricerca dell’eccellenza questo figlio di operai sestesi, sempre in prima fila quando c’era da battersi ma al tempo stesso capace di apprendere la chirurgia d’urgenza alla scuola di Vittorio Staudacher.

Così Gino Strada ha preso il volo per un mondo in guerra, inorridito dalle sue ingiustizie, mentre Teresa Sarti, sua moglie, imprimeva la E rossa di Emergency dapprima nella coscienza della città e poi molto oltre. Tanti sceglieranno di diventare medici e infermieri seguendo il suo esempio.

Solo ieri ricordava, nell’ultimo scritto su La Stampa, di aver vissuto complessivamente sette anni in Afghanistan. Un occidentale che poteva circolare a testa alta in quel disgraziato paese. Testimone del fallimento delle mire imperiali spacciate per esportazione della democrazia.

Quando, nel 2020, la pandemia del Covid si è abbattuta sull’Italia, e la salute gli ha impedito di essere presente negli ospedali da campo afghani, sudanesi, iracheni che era riuscito a dotare delle più moderne tecnologie, Emergency ha dato vita pure in casa nostra agli ambulatori popolari di strada. Di nuovo a Milano, ha coordinato la formazione delle Brigate dei volontari della solidarietà.

Se n’è andato troppo presto. La sua memoria va onorata ricordando che l’umanitarismo non è sentimento neutrale ma impegno contro i potenti, signori della guerra.