Società

Coronavirus, forse siamo vicini alla normalità: un problema in meno. Ma poi ce ne restano mille

Stando agli ultimi dati sui contagi e ai notevoli progressi della campagna vaccinale, la fine di questa pandemia parrebbe assai vicina. Facendo tutti gli scongiuri del caso, ci si prepara a riassaporare il ritorno alla cosiddetta normalità. Ora, andrebbe chiarito cosa s’intende per normalità, anche perché se ci si riferisce alla vita pre-Covid sarebbe auspicabile almeno un piccolo passo in avanti rispetto al passato. Un passato in cui, per esempio, abbiamo vissuto nella convinzione che bastava soffiare sulla bambolina di nostra figlia finita sul pavimento dell’Autogrill o sulla caramella caduta sotto il tavolo del ristorante per attivare una potente barriera contro i germi.

Dopo questa pandemia dovrebbe essere finalmente chiaro il concetto di igiene e il fatto che alitare sulle cose per disinfettarle è efficace solo se si è in grado di emettere Amuchina ad ogni espirazione, altrimenti rappresenta un modo infallibile per trasmettere i nostri germi e batteri a tutta la famiglia delle Barbie. Tra l’altro, volevo precisare che lavarsi le mani dopo aver passato la mattinata in metropolitana era molto utile anche prima del Covid, ora è semplicemente tutto più chiaro.

Poi c’è il tema distanziamento, da tutti percepito come una tremenda costrizione e una insopportabile limitazione alla socialità. In realtà, questa pandemia ci ha offerto l’occasione per capire finalmente che parlare a cinque centimetri dalla faccia di una persona è un roba insopportabile, al di là del virus, soprattutto se hai appena mangiato una pizza tonno e cipolla. E che toccare continuamente qualcuno – che magari conosci da due minuti – mentre parli è oltremodo fastidioso, oltre che poco igienico. Dunque, ci si augura un futuro in cui un minimo di distanziamento sociale venga mantenuto costante e con esso il rispetto per lo spazio vitale altrui, salvo casi di accoppiamento o “limonamento”.

La mascherina. Quando ci capitava di vedere dei turisti orientali in giro per la città muniti di mascherina, la prima reazione era percularli senza pietà, finendo col considerarli strani e poco svegli, perché andare in giro per Roma con 40 gradi e il viso semicoperto era una cosa da fessi oltre che da matti. E invece, questa triste esperienza col Covid-19, ci ha fatto capire:

1) che perculare gli orientali ha le sue conseguenze;

2) che i fessi siamo sempre stati noi, perché in realtà la famigliola di orientali in vacanza a Roma, oltre a proteggersi dallo smog, usava le mascherine per proteggere gli altri dal fatto che uno di loro fosse probabilmente malato.

Ecco, diciamo che in un futuro post pandemico sarebbe molto carino se chi è raffreddato o influenzato continuasse ad usare le mascherine per recarsi a lavoro o quando sa che sarà costretto a rimanere in un posto chiuso e poco aerato per tanto tempo, per evitare di contagiare amici, colleghi o semplicemente degli estranei con cui capiterà di condividere l’ascensore. Un piccolo gesto socialmente utile e civile che farebbe davvero bene alla comunità.

Un’altra grande speranza per un sereno futuro post pandemico è quella di non dover più vedere il filmino del matrimonio di Bassetti da Barbara D’Urso (oltre a quella di non vedere più Barbara D’Urso e i suoi tutorial su come igienizzarsi le mani), unita alla graduale sparizione di virologi, microbiologi e infettivologi dai palinsesti televisivi italiani, nella speranza che gli chef riprendano il loro posto di star “ad minchiam” della tv. A parte qualche rara eccezione, credo che la popolazione italiana abbia raggiunto un limite di sopportazione che non può essere più oltrepassato e una saturazione di informazioni su contagi, tamponi, indici Rt, zone multicolore e pareri discordanti sui vaccini che non è più sostenibile.

Come dimenticare, tra le altre cose, il leitmotiv della pandemia “andrà tutto bene, ne usciremo tutti migliori”. Innanzitutto, dopo un anno e mezzo non ne siamo ancora usciti e sicuramente non siamo migliori di prima. Semmai siamo molto più incattiviti e diffidenti verso il prossimo di quanto non lo fossimo mai stati prima e, a causa delle continue restrizioni, abbiamo affidato ai social tutte le cinquanta sfumature di rabbia sociale accuratamente repressa mentre cantavamo sui balconi. Per non parlare del fatto che i rapporti sessuali durante questa pandemia sono stati quasi completamente sostituiti da serate di binge watching su Netflix. Diciamo che per il futuro, confidiamo almeno in serie tv che non vadano oltre le tre stagioni. Così, giusto per salvaguardare quei tre minuti di amplesso settimanale.

Siamo vicini al giro di boa ed è il momento di tirare un po’ le somme, sperando che questo sia davvero l’inizio della fine di questo incubo. Da principio, abbiamo affrontato questa tempesta con la caparbietà di un marinaio inesperto, ma coraggioso; poi le onde – o meglio le ondate – hanno cominciato a travolgerci e senza nemmeno rendercene conto ci siamo ritrovati ad annaspare, aggrappati senza troppe speranze al parere scientifico del virologo di turno. Ed eccoci qui, stanchi e svuotati, con la mascherina sotto il mento e la prima dose di vaccino in corpo.

Come un film già visto, siamo pronti per un’altra estate sulla quale riponiamo gli ultimi brandelli di speranza, col viso smunto che racconta di intere giornate in smart working dal soggiorno di casa e di nottate passate ad aumentare il fatturato di Amazon. Reduci, ma comunque in forze per affollare nuovamente ristoranti e spiagge, felici come bambini di ricominciare a cenare oltre le 21 e di abbuffarci di sagre e feste di paese. Speranzosi di aver risolto un bel problema. Ma poi ce ne restano mille.

Ci penseremo a settembre.