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Africa, fine della missione francese nel Sahel. “Costi umani e finanziari enormi. Ora i jihadisti si sono riorganizzati”

Macron, spiega il ricercatore dell’Ispi per il Programma Africa Camillo Casola, ha annunciato "la fine dell’operazione Barkhane", ma la Francia "non ritira le forze dal Sahel. Punta piuttosto a una maggiore integrazione con le truppe internazionali impegnate nell’area". Ecco i risultati raggiunti e come è cambiato il terrorismo islamico dell'area

Annunciata dal presidente Emmanuel Macron nei giorni scorsi, la chiusura dell’operazione militare francese Barkhane segna un punto di svolta nelle politiche d’oltralpe in Africa. I dettagli e le tempistiche ancora non sono stati resi noti, per ora si tratta solo di un’enunciazione di principio, ma già di per sé significativa. Ma cosa cambierà in concreto? Quali conseguenze si possono immaginare nell’area, una delle più instabili del continente? E perché questa decisione proprio ora? Ilfattoquotidiano.it ne ha parlato con Camillo Casola, ricercatore dell’Ispi per il Programma Africa.

“Anzitutto – spiega Casola – è stata annunciata la fine dell’operazione Barkhane ‘come operazione esterna’: la Francia non ritira le forze dal Sahel, ma punta piuttosto a una maggiore integrazione con le truppe internazionali impegnate nell’area, sia quelle regionali (in particolare del G5 Sahel), sia quelle dei partner occidentali, che finora hanno offerto soprattutto supporto logistico e di intelligence (Usa) e assistenza in training e logistica (Europa). In sostanza, la Francia chiude la propria missione Barkhane per puntare a un rafforzamento della missione congiunta Takuba, una task force introdotta nel 2020, che prevede addestramento, accompagnamento, mentoring con un focus soprattutto sull’area di confine fra Mali, Niger e Burkina Faso, attuale epicentro dell’insicurezza, dove negli ultimi 5/6 anni si sono spostati i gruppi salafiti jihadisti che prima si trovavano nel nord del Mali.”

Facciamo un passo indietro: “Barkhane nasce nell’agosto 2014 raccogliendo il testimone della missione Serval, dispiegata in Mali nel gennaio 2013 durante la crisi maliana fra l’esercito regolare e una coalizione di gruppi armati, fra cui quelli legati ad Al Qaeda, che avevano occupato l’Azawad”. Una fase tragica, raccontata anche dal film Timbuktu, candidato all’Oscar nel 2014. “Nel gennaio 2013 i jihadisti si spostano verso sud-ovest. La Francia di Hollande, che fino ad allora aveva rifiutato di intervenire boots on the ground, decide l’invio di una missione con lo scopo di fermare l’avanzata jihadista, liberare il nord-est e sradicare il terrorismo islamico. Se i primi due obiettivi vengono conseguiti, il terzo richiede un lavoro più complesso: il conflitto da guerra lampo si trasforma in una guerra di lungo periodo, di tipo asimmetrico, con i terroristi che si nascondono tra la popolazione e tra le montagne di Kidal”.

Intanto, nel vicino Ciad, dal lontano 1986 era in corso l’operazione Épervier: “Nel 2014, Serval e Épervier vengono chiuse e convogliate in Barkhane: un’operazione militare unica su un territorio enorme, che copre i cinque Paesi del G5 Sahel, organismo nato pochi mesi prima. Barkhane è costituita da 3000/3500 uomini e si pone l’obiettivo di limitare la mobilità del terrorismo e di tagliare i rifornimenti che giungevano dal Nord Africa, rafforzando i presidi nelle zone di confine. Fra il 2014 e il 2021 Barkhane arriva agli attuali 5100 uomini.”

Ma tanto dispiegamento di forze e di mezzi ha almeno prodotto risultati? Prosegue Casola: “Se si è registrato qualche successo nel mettere in sicurezza alcune aree a nord, questo ha però spinto a una riorganizzazione dei jihadisti, che oggi operano soprattutto nell’area che comprende il centro del Mali, il Burkina Faso e il Niger occidentale. Inoltre, alle forze legate ad Al Qaeda oggi si sommano quelle affiliate all’Isis: dal 2015, infatti, è comparso un nuovo attore, l’Isgs (ovvero l’Islamic State in the Greater Sahara). Dal 2019 la Francia, in risposta a tale deterioramento, ha introdotto strumenti di guerra remota, con ricorso intensivo ai droni armati: questo ha portato a importanti ‘successi’ tattici nel 2020, con l’uccisione del capo di Al Qaeda nel Maghreb Islamico (Aqim) Abdelmalek Droukdel e di altri jihadisti; ma ha anche comportato costi crescenti nel numero di vittime civili, come a Bounti, dove una ventina di civili che partecipavano a un matrimonio sono stati uccisi in un bombardamento, strage che la Francia tutt’ora nega, ma che è stata accertata dalla missione Onu Minusma.”

Errori che hanno aumentato la pressione in patria, dove ben pochi sono favorevoli a questo tipo di impegno militare. “Un impegno che ha costi enormi: dal 2012 sono 60 i morti francesi, un costo in vite umane che l’opinione pubblica non capisce. E poi i costi finanziari: solo nel 2020 Barkhane è costata quasi un miliardo di euro.”

Ed ecco che si chiude Barkhane e si punta sul sostegno alle truppe locali: “Nell’ultimo anno, Macron ha aumentato le pressioni sugli alleati europei per un loro coinvolgimento nella task force Takouba, composta di forze speciali europee che diano assistenza alle forze armate regionali e solo in parte forniscano un accompagnamento diretto delle operazioni militari.”

L’Italia aderisce a Takouba con un contributo in uomini e mezzi: “L’Italia nel 2020 si è impegnata a fornire fino a 200 uomini: siamo ad oggi il secondo contingente per rilevanza, anche se per ora ci occupiamo soprattutto di evacuazione medica.”

In questo quadro, si inseriscono le frequenti visite nella regione compiute dal ministro degli Esteri Di Maio e dal ministro della Difesa Guerini: “Anche Giuseppe Conte, mentre era presidente del Consiglio, si era recato in visita in Ciad e Niger. Si vuole consolidare il ruolo crescente dell’Italia nel Sahel, che appare l’area di maggiore interesse nel continente africano per la nostra politica estera e di difesa: qualcosa di inedito. I motivi sono da ricercare nella centralità dei temi migratori nell’agenda politica italiana ed europea e della sicurezza come lotta ai traffici criminali, che sono un elemento strutturale d’instabilità nel Sahel e una minaccia diretta per Europa e Italia. Parliamo di traffico di droga e di esseri umani.”

Camillo Casola sottolinea un dato, che da solo dà l’idea del nuovo interesse italiano nell’area: “Negli ultimi anni sono state aperte diverse ambasciate nella regione: nel 2017 in Niger, nel 2020 in Mali (anche se non è ancora operativa), entro il 2022 dovrebbe esserne aperta una in Ciad. La presenza progressivamente capillare mostra la volontà dell’Italia di porsi come attore militare ma anche politico-diplomatico.”