Cinema

Fellinopolis, la poesia di Federico Fellini ancor più da vicino di prima in un documentario

Tanti gli stralci di backstage che risbucano dall’archivio della Cineteca Nazionale di Roma per diventare grazioso omaggio digitalizzato e meravigliato al cospetto del mito

Un mondo a parte. Si schizza, si guizza, si volteggia, dentro al mondo di Fellinopolis, il documentario in uscita nella sale italiane grazie a Officine Ubu, diretto da Silvia Giulietti. È la comunità caotica del Teatro 5 di Cinecittà, spazio, luogo, incontro che servì per contenere l’esubero dinamico creativo onirico di Federico Fellini regista, e dove girare stralci de La dolce vita (addirittura un pezzo di Via Veneto), del Casanova e poi ancora La città delle donne, E la nave va, Ginger e Fred.

Uno spazio da riempire, un mondo da creare, megafoni, carrelli, attori, maestranze, il brulicante set di uno dei geni del cinema rivisti dall’angolazione di Ferruccio Castronuovo che ebbe il privilegio unico di poter stare lì a fianco del maestro, dal 1976 al 1986, per rivelare il “grande gioco”, le urla, il ghigno e le follie del Fellini direttore funambolico e preciso dell’orchestra cinematografica, oltre i centottanta gradi della sua città perennemente immaginaria. Tanti gli stralci di backstage che risbucano dall’archivio della Cineteca Nazionale di Roma per diventare grazioso omaggio digitalizzato e meravigliato al cospetto del mito. Da segnare: la ripresa modello camera car, qui camera-bob, giù per uno scivolo da olimpiade e quell’incredibile succedersi di facce truccate, deformate, assurde, improbabili, buffe. La poesia di Federico. Ancor più da vicino di prima.