Società

2 giugno, la Repubblica segna la discontinuità: nessuna sopraffazione verso i vinti

Il 2 giugno 1946 immette l’Italia in una nuova dimensione: ne cambia la forma istituzionale vigente dal 1861 e, con le contemporanee elezioni per l’Assemblea Costituente, si sancisce il percorso verso la rinascita della democrazia che ha tra i suoi fondamentali passaggi il riconoscimento del voto alle donne.

La Repubblica non nasce per decreto, ma per legittimazione popolare nel contesto di una contesa che gli stessi protagonisti del tempo sapevano essere incerta. La repubblica vince con il 54,27% staccando la monarchia per due milioni di voti. La scelta repubblicana matura in maniera più netta nelle aree del Centro nord dove più acuta è stata la guerra e la lotta partigiana. Per larghissima parte del movimento di Liberazione l’affermazione repubblicana è vista come il compimento conclusivo della lotta di Resistenza e un necessario atto di discontinuità con il passato.

La preferenza verso la Repubblica è assieme giudizio politico e storico. La monarchia è vista come un’istituzione screditata sulla quale grava l’avvento del fascismo, la condivisione delle leggi razziali, le dichiarazioni di guerra e il disinteresse per le sorti dei suoi cittadini manifestato in occasione dell’8 settembre 1943 quando, lasciando senza ordini l’esercito in occasione dell’armistizio con gli anglo-statunitensi, si determina la decomposizione dello Stato.

La monarchia durante il Risorgimento era riuscita a coagulare attorno a sé forze diverse, ma nel 1946 le responsabilità del passato non le conferiscono più lo stesso prestigio. Solo una nuova forma istituzionale, non gravata dai pesi del passato, può assicurare attorno a sé un comune riconoscimento.

L’Italia del 1946 è un Paese profondamente diviso tra antifascismo e fascismo, con un’ampia zona grigia, soprattutto nel Mezzogiorno, che non si sente di aderire né all’uno né all’altro, è timorosa del rinnovamento, della riforma agraria e della ridefinizione delle gerarchie sociali. Nella campagna elettorale si ingigantiscono timori quali “repubblica come anticamera del comunismo”, “repubblica come ripresa dell’epurazione nell’amministrazione e dell’inasprimento delle pene giudiziarie nei confronti dei fascisti sotto processo”, due aspetti potentemente smentiti dai fatti.

Ogni competizione elettorale agita paure, legate a circostanze presunte o false, per spostare i consensi. Altrettanto forte è la paura dei fautori della repubblica dinanzi a una vittoria della monarchia, vista come chiave di un ritorno a quel passato dal quale ci si è appena liberati. Le giornate del 2 e del 3 giugno si segnalano per l’ordinato svolgimento del voto mentre le precedenti e le successive sono state turbate da disordini. Il 10 maggio a Roma si erano verificati incidenti in occasione della proclamazione a re di Umberto II.

Al nord il partito dell’Uomo qualunque, di orientamento monarchico e ritenuto erede del fascismo (più che nell’ideologia nell’intercettamento dei voti), faticò a tenere comizi, mentre a Bari e Napoli il 15 maggio 1946 le sedi del Partito comunista sono state assalite dai monarchici, per quanto a Napoli dalla sede del Pci siano stati lanciati due ordigni in risposta agli assalitori. L’1 giugno, a Milano e Roma, sono colpite da congegni esplosivi le tipografie che stampano i quotidiani del Partito socialista e del Partito comunista.

Dopo il referendum si diffondono voci di un possibile colpo di Stato monarchico. I fautori del re lamentano brogli nei conteggi dei voti (che non ci sono stati). Tensioni gravi dopo la consultazione elettorale si registrano a Napoli che porta in dote alla monarchia il 79% dei suffragi. Il 6 giugno è sventata un’irruzione monarchica alla caserma dei carabinieri per impadronirsi di armi. L’11 giugno, nella centrale via Medina, un corteo monarchico tenta l’assalto alla sede cittadina del Partito comunista, “rea” di esporre il tricolore senza lo scudo sabaudo. Gli scontri che seguono tra polizia e manifestanti provocano la morte di nove monarchici.

La corte di Cassazione proclama i risultati ufficiali soltanto il 18 giugno. Cinque giorni prima Umberto II lascia l’Italia per non dare adito – si disse – allo sviluppo di nuovi disordini, non fosse che l’ambiguità delle sue manovre abbia permesso al fuoco di covare sotto la cenere.

Questa vittoria ha affermato lo spirito della civile convivenza contro le forze che puntavano al disordine. Nessuna sopraffazione verso i vinti che si sono riorganizzati nei legali movimenti monarchici. Va ricordato che il primo presidente provvisorio della Repubblica, il liberale Enrico De Nicola, era uomo di sentimenti monarchici.