Politica

Governo Draghi, sempre dalla parte dei ricchi e dei potenti

“Draghi è Grande e Lilli Gruber è il suo Profeta”, tuona dal minareto de la Sette la muezzin altoatesina, in trans alla notizia che “il Misericordioso” si è tagliato lo stipendio da Primo Ministro del governo dei Migliori. E all’apologeta non passa neppure per l’anticamera del cervello trattarsi di una mossa studiata a tavolino (e non si sa con quale impatto) per invertire la caduta libera in quanto a popolarità del Sommo, il Mario Akbar alla guida del governo dei migliori. Colui che avrebbe infuso un’anima nell’azione di governo e trasformato i confusi brogliacci sul Next Generation, lasciati in eredità dai precessori, in una scintillante summa di sapore rooseveltiano per la rifondazione civile ed economica del Paese.

Nulla di tutto ciò si è verificato, mentre l’operazione che ha portato il “rieccolo” venduto come nuovo di zecca si conferma sempre di più come una sorta di golpe bianco. Lo scrivevo a marzo e l’immediata gragnuola di critiche che ricevetti confermava ai miei occhi la tendenza nazionale a ricercare profili di uomini forti dietro la cui ombra rifugiarsi. Padri-padroni per questa Italia popolata da tipi con la sindrome dell’orfanello.

Sicché, se anche qui da noi i golpe venivano annunciati dal tintinnio delle sciabole di qualche militare fellone, la versione bianca si manifesta con l’improvvisa apparizione delle “barbe finte”, gli spioni che si accompagnano ai soliti referenti interni al Palazzo (nel caso i Mattei Salvini e Renzi) e gli intermediari esterni (possibile che l’habitué Luigi Bisignani non abbia battuto almeno un colpo?).

Ormai quale fosse l’obbiettivo del cambio al vertice è sotto gli occhi di tutti: accontentare la Lega che vuole accreditarsi i voti di chi non regge più la strategia di contenimento della pandemia e reclama aperture a tappeto, assicurare ai potentati economici (Confindustria e grandi gruppi finanziario-editoriali) un accesso privilegiato alla spartizione del bottino che dovrebbe arrivare dall’Europa, scatenare i sedicenti ministri tecnici nello smantellamento di ogni pur vaga politica di contrasto dello scempio ambientale e civile degli ultimi decenni. Prima di tutto, bloccare sul nascere il tentativo di creare un campo progressista, in grado di contrapporsi alla Destra affarista e fascistoide, che stava timidamente crescendo nell’incubatore giallo-rosa del Conte bis (nonostante il fardello del precedente Conte I giallo-verde).

Appunto, pura restaurazione. Che si inserisce in una più vasta operazione volta a portare a compimento strategie in marcia da tempo e che il Covid-19 ha accelerato: la definitiva spaccatura delle società occidentali all’insegna della disuguaglianza.

Come ne dà conferma il fatto che – a fronte di spaventosi fenomeni di nuovi impoverimenti (stando alle più recenti rilevazioni, nel 2020 i poveri assoluti sono cresciuti di una cifra tra i 119 e i 124 milioni) – la fortuna dei 500 più ricchi del mondo è aumentata del 31% rispetto all’anno precedente.

Mentre il resto degli abitanti del pianeta resta silenzioso e inerte, in uno stato tra il fatalismo e l’annichilimento. E ne dà conferma il fatto che i partiti nati all’inizio del decennio scorso per dare voce all’indignazione popolare, dopo le malefatte della finanza certificate dal crollo di Wall Street nel 2008, stanno scomparendo: Syriza, Podemos, Cinquestelle.

Di fatto i conflitti in corso sono tutti ai piani alti della piramide sociale: lo scontro tra i plutocrati de-territorializzati e le multinazionali senza confini da una parte, dall’altra le nomenklature statali che vorrebbero tosare le immense ricchezze accumulate dai beneficiati dalla finanza globale senza regole e controlli. Ma dove stia il vero potere lo si è visto quando il presidente degli Stati Uniti ha proposto di liberalizzare i brevetti di Big Pharma. Ed è bastata la presa di distanza da Joe Biden da parte della cancelliera tedesca Angela Merkel per riportare all’ordine Emmanuel Macron, Ursula Von der Leyen e – ovviamente – il nostro algido banchiere Mario Draghi.