Cronaca

Processo Rinascita Scott, giornalista aggredita da un carabiniere per aver scattato una fotografia. Ma le norme lo consentono

La vicenda durante l’udienza del maxi-processo “Rinascita-Scott" in corso a Lamezia Terme. La giornalista racconta di essere stata spintonata e costretta a consegnare il cellulare. Condanna per l'accaduto da parte dell'Ordine dei giornalisti. L'Unione nazionale dei cronisti italiani: "Non siamo nel Cile di Pinochet"

Aggredita e trattenuta per mezz’ora da un carabiniere perché stava scattando una fotografia durante l’udienza del maxi-processo “Rinascita-Scott”. L’episodio è avvenuto ieri nell’aula bunker di Lamezia Terme dove la giornalista del Corriere della Calabria e dell’Ansa Alessia Truzzolillo si era avvicinata ai banchi riservati ai pm per fotografare il sostituto procuratore della Dda Antonio De Bernardo mentre quest’ultimo stava interrogando il collaboratore di giustizia Andrea Mantella. Subito dopo aver scattato la foto la giornalista si è sentita chiamare con uno stentoreo “Vieni qui”. Il seguito lo racconta Alessia Truzzolillo: “Mentre mi spingeva verso una sorta di corridoio laterale dell’aula bunker, il carabiniere mi ha comunicato di essere era un capo scorta, altro non ho saputo. Dopo mille battaglie da parte dei giornalisti per ottenere il permesso a fare foto e audio riprese, sono stata aggredita per una foto”. “Ora tu cancelli quelle riprese” è una delle frasi che, stando alla ricostruzione della giornalista, il capo scorta in servizio di tutela del pm le ha rivolto “minacciando di cacciarmi dall’aula”.

“Sono quindi stata spinta verso il corridoio. – continua la giornalista – con un gesto a metà tra la spinta e l’afferrarmi da sotto l’ascella. Mi sono divincolata e ho chiesto di non essere toccata. Nonostante mi avesse messo le mani addosso, il carabiniere mi ha però intimato di non agitare le mani che io stavo muovendo nell’aria, spaventata dai suoi modi, mentre cercavo di fargli capire che c’è un’ordinanza del Tribunale di Vibo Valentia che autorizza la stampa a fare video e foto. Recupero l’ordinanza che avevo salvata nella email per fargliela leggere. Non gli interessa niente: insiste nel voler vedere le foto, sostiene che non ho l’autorizzazione a riprendere la scorta e dopo aver afferrato il mio cellulare, sfoglia il mio album personale per accertarsi che non vi fossero altre foto”. “Sono stata trattenuta in quel corridoio per oltre mezz’ora, – prosegue Truzzolillo – tanto che la cosa, notata da diversi avvocati che avevano assistito alla scena, ha spinto qualche legale a venire a vedere cosa stesse succedendo”. Il tutto mentre il carabiniere “con modi aggressivi continuava a minacciare di buttarmi fuori con farsi del genere: ‘Adesso vediamo se le foto vanno bene e se tu resti ancora qui”.

Questo il racconto della cronista su un episodio per il quale, secondo il presidente dell’Ordine dei giornalisti della Calabria Giuseppe Soluri, “è necessario che si faccia piena luce, anche per evitare che il comportamento di un singolo offuschi l’immagine dell’Arma dei carabinieri e dei tanti rappresentanti delle forze dell’ordine che quotidianamente sono in trincea per combattere la criminalità comune e mafiosa”. Per il presidente Soluri, in sostanza, si è trattato di un episodio “davvero poco edificante che mortifica certamente il lavoro e la dignità dei giornalisti che quotidianamente informano su quello che è stato da più parti definito come un processo storico”. Anche il consiglio direttivo del gruppo cronisti Calabria “Franco Cipriani” esprime solidarietà alla collega Truzzolillo. Secondo l’Unci Calabria, infatti, “Alessia stava facendo esclusivamente il suo lavoro”.

“Ha fatto bene il Tribunale – aggiunge l’Unci – a ribadire che sono ammesse le foto e le riprese, nonostante le limitazioni alla divulgazione dell’audio. Apprezziamo anche che il sostituto procuratore della Dda Antonio De Bernardo, alti ufficiali dell’Arma e delle altre forze dell’ordine si siano scusati con la giornalista per l’episodio. Ci auguriamo, però, che il carabiniere capisca che l’Italia non è il Cile ai tempi di Pinochet ma è ancora un Paese democratico dove la stampa ha un ruolo fondamentale e dove neanche chi indossa una divisa può arrogarsi il compito di strappare dalle mani il cellulare a un giornalista e dare ordini su cosa può fotografare”. In serata il Comando provinciale dei carabinieri di Reggio Calabria, da cui dipende il militare, ha preso provvedimenti destinando il militare a un altro dispositivo di scorta e non più al sostituto procuratore della Dda di Catanzaro Antonio De Bernardo.