Società

Unioni gay, il Papa torna alla carica contro il no della Congregazione: il caso non è chiuso

di Riccardo Cristiano*

Per trattare del no della Congregazione per la Dottrina della Fede (Cdf) alla benedizione delle unioni gay occorre innanzitutto chiarire di che benedizione si tratti. Queste benedizioni non trasformano quell’unione in un matrimonio, ma sono azioni liturgiche che mirano a chiedere effetti spirituali. Ora vengono negate alle unioni omosessuali, nonostante quanto stabilito dal recente sinodo sulla famiglia, che ha raccomandato di favorire i “cammini di accompagnamento nella fede delle persone omosessuali”. Il testo per essere approvato, e legittimare così ufficialmente la pastorale per gay e lesbiche, ha dovuto rinunciare all’acronimo Lgbt, inizialmente usato dai padri sinodali.

Chiarito questo punto, bisogna chiarire se sia lecito dire che il no alla benedizione è della Congregazione e basta. Non è stato autorizzato dal papa? Sì. Francesco ne ha autorizzato la pubblicazione senza però dire di condividerlo. Nel linguaggio della monarchia assoluta che vige in Vaticano infatti il papa può autorizzare genericamente la pubblicazione di un testo, oppure “approvare in forma specifica”. Francesco non ha optato per questa soluzione. Avrebbe potuto impedire la pubblicazione, però, e non lo ha fatto. Questo stile di esercizio del potere secondo molti crea confusione: a me sembra che Francesco non voglia applicare l’assolutismo verticista che contesta affermando la centralità delle periferie, territoriali ed esistenziali. Dunque?

Dunque in Vaticano c’era un modo di dire: “Roma locuta, causa soluta”, cioè “Roma si è pronunciata, il caso è chiuso”. È l’assolutismo centralista. Ora sembra potersi dire: “Roma locuta, causa insoluta”, cioè “Roma si è pronunciata, la causa prosegue”. Non si risolve d’imperio un problema del genere, occorre affermare una cultura. Infatti Francesco domenica scorsa ha detto: “Anche noi dobbiamo rispondere con la testimonianza di una vita che si dona nel servizio, di una vita che prenda su di sé lo stile di Dio – vicinanza, compassione e tenerezza – e si dona nel servizio. Si tratta di seminare semi di amore non con parole che volano via, ma con esempi concreti, semplici e coraggiosi, non con condanne teoriche, ma con gesti di amore. Allora il Signore, con la sua grazia, ci fa portare frutto, anche quando il terreno è arido a causa di incomprensioni, difficoltà o persecuzioni, o pretese di legalismi o moralismi clericali”.

Dunque Dio, per il papa, ha uno stile: vicinanza, compassione, tenerezza. Compassione è una parola che va capita. Nel 2019 al riguardo Francesco ha detto: “è stato Dio a dire a Mosè ‘Ho visto il dolore del mio popolo’ (Es 3,7); è la compassione di Dio, che invia Mosè a salvare il popolo. Il nostro Dio è un Dio di compassione […]”. Questa vicinanza, questa compassione, questa tenerezza, contrastano con il centralismo verticista, naturalmente e istintivamente portato a lontananza, astrattezza, rigore. Ecco perché la frase al riguardo degli omosessuali che spiega tutto di Jorge Mario Bergoglio rimane quella più famosa e di certo appropriata: “Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, chi sono io per giudicarla?”.

La visione della Cdf intende invece eliminare ogni dubbio, anche quello su chi sia chi vuole giudicare un gay che cerca il Signore e ha buona volontà. E’ certamente il caso di cui ci si occupa, perché se non cercasse il Signore difficilmente andrebbe a cercare una benedizione della sua unione. La causa dunque non è chiusa, infatti il nuovo clima creato da Francesco ha indotto 210 teologi tedeschi a esprimersi a favore della tesi bocciata dalla Congregazione e il vescovo di Mainz, Peter Kohlgraf, ha affermato: “Le benedizioni sono scaturite da un accompagnamento pastorale delle persone coinvolte. Non si tratta di formule che replicano quelle matrimoniali, né c’è l’intenzione di trovare una formulazione specifica. No, non cerco una formula simile a quella matrimoniale. Chiedo di accompagnare invece di giudicare. E chiedo di parlare con (e non su) i non pochi interessati, rimanendo al loro fianco”.

Ancora: la Cdf, affermando che a suo avviso queste benedizioni non si possono fare perché i gay convivendo si esporrebbero a sesso extra-matrimoniale, oggi consente al noto canonista di chiedersi perché si benedicano i fidanzati, che si espongono a sesso prematrimoniale ugualmente peccaminoso. Così la causa infinita fa emergere il possibile pregiudizio, benché il linguaggio usato dalla Congregazione sia rispettoso, non definendo il sesso tra gay “immorale” ma extra-matrimoniale, e visto che per la Chiesa il matrimonio gay non può esistere sarà sempre così.

Così Francesco è tornato alla carica, affermando che la teologia morale deve riguardare le persone e la realtà, non solo i principi. Questo non si impone dall’alto. Lo aveva capito uno dei padri della teologia moderna, poi cardinale, Yves Congar, che parlò di quello che al tempo si chiamava Sant’Uffizio: “Devo fare i conti con un sistema spietato, che non può correggersi e neppure riconoscere le sue ingiustizie e che è servito da uomini disarmanti per bontà e pietà”. Spietatezza che Francesco vuole superare con un processo di cambiamento, non sostituendola con un dispotismo “buono”.

* Vaticanista di RESET, rivista per il dialogo